Dal litio allo zucchero: svelato il futuro delle batterie

ottobre 30, 2012 Tecnologia Nessun Commento

Lo studio attanaglia gli scienziati da un bel pò di anni: sostituire le batterie al litio presenti in smartphone, notebook, tablet e numerosissimi dispositivi elettronici con le batterie allo zucchero. Proprio così, sembra che l’esposizione dello zucchero a temperature altissime generi anodi capaci di accumulare energia per batterie. Questa presenterebbe il 20% in più di capacità di storage elettrico rispetto agli ioni di litio. Quindi si avrebbe una durata superiore a costi decisamente inferiori. Inoltre il litio è un minerale non rinnovabile presente sulla Terra in quantità molto scarse e quindi destinato a terminare col tempo. La scarsa presenza lo rende costoso nonostante esso sia dannoso sia per l’uomo che per l’ambiente.

Assieme allo zucchero anche il sodio potrebbe rappresentare una valida alternativa ad un costo sicuramente vantaggioso. A questo si aggiunge la disponibilità illimitata del minerale.

In realtà, la favola delle batterie allo zucchero è una specie di curiosità da laboratorio che, negli ultimi anni, ha goduto di qualche fugace momento di gloria. D’altro canto mai prima d’ora sono stati raggiunti risultati tanto promettenti come quelli ottenuti dal colosso giapponese, Sony, dato che i prototipi di questo genere precedentemente realizzati erano in grado di produrre una quantità di energia troppo esigua per trovare un pratico utilizzo.

Se questo è vero, tra non molto i dispositivi elettronici di uso quotidiano potrebbero essere alimentati da batterie economiche e completamente biodegradabili, con un impatto ambientale estremamente contenuto.
I ricercatori pensano di immetter questa tecnologia sul mercato entro 5 anni. In un’ottica di innovazione tecnologica, che ha visto negli ultimi tempi l’implementazione nella quotidianità di sistemi all’avanguardia come il controllo di accessi biometrico o gli utilizzatissimi sistemi di localizzazione GPS, le batterie allo zucchero potrebbero porre rimedio ai sempre più frequenti allarmi sul progressivo esaurirsi dei combustibili fossili ed aggiungere un tassello importante all’incessante ricerca di fonti energetiche alternative e rinnovabili.

L’elettronica potrebbe essere biodegradabile?

ottobre 25, 2012 Tecnologia Nessun Commento

C’è chi pensa a salvare dati per milioni di anni, chi, invece li vuole far sparire al più presto.

Per l’esattezza si tratta di componenti hi-tech molto resistenti e completamente biodegradabili. La ricerca condotta dall’Università americana dell’Illinois e pubblicata su “Science” punta a risolvere il problema dello smaltimento dei dispositivi elettronici. La materia prima del progetto, la seta. Questo antico materiale, completamente rivisto in chiave tecnologica e reso molto resistente, andrebbe a ricoprire i dispositivi dell’elettronica tradizionale composti però di silicio e magnesio. Questi microcircuiti sarebbero “a tempo”, cioè i ricercatori sarebbero in grado di controllare con precisione la struttura dell’involucro di seta che li ricopre calcolando così la data di scadenza dei componenti.
Questo nuovo mix, ultrasottile, promette inoltre grandi prestazioni, tutelando l’ambiente. I vantaggi dell’ “elettronica transitoria”, così battezzata dai ricercatori, sarebbero infatti molteplici, oltre allo smaltimento di numerosissimi componenti, si pensi ai telefoni cellulari, potrebbe avere importanti applicazioni in campo biomedico, sarebbero realizzabili ad esempio protesi perfettamente assorbibili dal corpo senza dover essere rimosse chirurgicamente. Il tempo di durata potrebbe variare da pochi minuti a diversi anni e semplicemente si sciolgono nell’acqua o nei liquidi organici.

In commercio esistono già dei “hard drive destoyer” come il sistema di cancellazione sicura di dati su supporti elettronici. HD-Eraser ad esempio è un apparecchio che usa la tecnica della smagnetizzazione per garantire la tutela della privacy per quanto riguarda privati, enti pubblici o istituzioni finanziarie.

Una volta effettuata questa operazione sarebbe ottimale provvedere allo smaltimento dell’apparecchiatura. Pensando poi all’ambiente e all’enorme quantità di rifiuti elettronici abbandonati per anni nelle discariche, i vantaggi che l’elettronica biodegradabile potrebbe apportare sarebbero davvero importanti: i prodotti potrebbero dissolversi senza alcun danno, una volta esaurito il loro compito.

Anche gli squali tracciati con il GPS

ottobre 22, 2012 Localizzazione Nessun Commento

Fino a poco tempo fa i sistemi di localizzazione GPS erano usati per il controllo di animali di piccola taglia. Ora il GPS sfida anche gli animali più pericolosi. Infatti è in fase sperimentale la missione scientifica dell’organizzazione americana no profit Ocearch, capitanata da Chris Fischer. Durante l’operazione, gli squali vengono catturati, principalmente nel nord America, e ad essi viene applicato un localizzatore GPS per poi essere nuovamente rigettati in mare.

Lo scopo del progetto è analizzare gli spostamenti dei pericolosi predatori acquatici attraverso un segnale satellitare emanato dal trasmettitore installato nella loro pinna dorsale. Al termine del lavoro dovrebbe essere creato un database accessibile a tutti via web. Gli esemplari già schedati possono essere controllati dal sito dell’organizzazione, dove è possibile conoscere le loro caratteristiche e il percorso effettuato dal momento dell’installazione del GPS. Il nuovo sviluppo tecnologico sarebbe sicuramente utile anche ad avvertire le persone nel caso in cui gli squali si avvicinino alla costa.

Non mancano le polemiche. Queste sono sorte riguardo alle tecniche adottate per impiantare i sistemi GPS. La squadra di Fisher, è sotto accusa per i metodi cattura utilizzati. L’uso di ami, soprattutto, è un metodo che, secondo alcuni, sottopone gli animali a traumi inutili. Pare che uno squalo abbia addirittura perso la vita.
Per capire effettivamente come gli animali reagiscano alla cattura, il team di ricerca è stato seguito da un esperto di squali che attraverso l’analisi di campioni di sangue e l’utilizzo di un accelerometro, è arrivato alla conclusione che gli animali sono stati sottoposti a stress fisiologico e che, una volta rilasciati, i predatori sono esausti e nuotano lentamente almeno per i primi momenti.

Samsung brevetta il diario auto-scrivente

ottobre 17, 2012 Tecnologia Nessun Commento

Canzoni, immagini, video, testi, spostamenti e tutto ciò che di personale può esserci nel nostro smartphone, preso e riportato in un diario auto-scrivente.

E’ questa l’idea che sta alla base del brevetto depositato dal colosso coreano, Samsung e per il quale si sta già lavorando. Una nuova app insomma, evoluzione ed integrazione di altri software già esistenti, in grado di ricreare in forma virtuale la nostra giornata. Una sorta di scatola nera personale che, implementata ai sistemi operativi di smartphone o tablet, potrà redigere un report preciso delle attività effettuate da un soggetto e del tempo da lui dedicato ad ognuna di esse.

Come se fossimo circondati da un gran numero di microspie, il sistema potrebbe rendere noto cosa stiamo facendo, cosa stiamo osservando, dove stiamo andando scrivendolo per noi e per migliaia di utenti potenzialmente connessi alla rete.

Ed è proprio questo ultimo aspetto che potrebbe risultare problematico: le informazioni potrebbero essere rese disponibili a terzi, magari a malintenzionati.
A tal proposito si sta lavorando per rendere efficace il sistema di filtraggio dei dati. Bisognerà aspettare ancora qualche mese per verificare se Samsung ci offrirà una reale scelta di filtraggio o se gli utenti dovranno essere disposti a barattare la propria privacy per un’app di discutibile utilità.

Gli scanner biometrici arrivano a scuola

I sistemi di controllo degli accessi che utilizzano la biometria si stanno facendo sempre più largo nell’ambito di istituzioni ed aziende dato che permettono un elevato grado di sicurezza e lo snellimento delle procedure di controllo fisico.

Da qualche giorno niente badge o cartellino anche per i docenti ed il personale Ata del liceo scientifico “Plinio Seniore” di Roma che ha imposto ai dipendenti l’utilizzo di scanner biometrici per segnalare l’entrata e l’uscita dall’edificio. Le organizzazioni sindacali assieme agli interessati si sono mosse per contestare l’uso di questi strumenti poiché mettono in dubbio l’effettivo funzionamento degli stessi e soprattutto contestano l’assenza di un’informativa ufficiale che autorizzi il dirigente ad utilizzare le proprie impronte digitali, facendo appello alla legge sulla privacy. Visioni molto discutibili.

Nel mondo anglosassone sono stati gli stessi alunni ad essere destinatari di queste nuove tecnologie. Protagonisti, i ragazzi di una scuola del Berkshire che dall’inizio dell’anno entrano ed escono da scuola utilizzano i polpastrelli. Si tratta infatti dell’introduzione di un sistema biometrico di identificazione attraverso le impronte digitali. All’inizio delle lezioni, ogni studente posiziona il pollice su un apposito sensore, installato all’entrata dell’istituto, per consentire la propria identificazione.
Il preside ha raccolto molto consenso da parte dei genitori dei ragazzi visto l’aumento di sicurezza che questo comporta. Anche il corpo docente non ha avuto esitazioni, grazie a questo sistema si risparmia tempo prezioso richiesto dall’appello in classe. Per ora il progetto è in via sperimentale, si prevede duri un solo anno.

In Pennsylvania, invece, già da alcuni anni è in uso un sistema che consente agli studenti di pagare il costo dei pasti in mensa semplicemente usando le impronte digitali e accumulando un debito pagato poi periodicamente dalle famiglie.

Altrove, ad esempio in istituti scolastici del New Jersey, sono in funzione sistemi biometrici più complessi, che coinvolgono la scansione dell’iride per consentire l’accesso agli istituti al solo personale autorizzato e agli iscritti.

Il controllo biometrico è un buon esempio di come la tecnologia si combini con la sicurezza.

Salvare dati per milioni di anni

ottobre 9, 2012 Tecnologia 1 Commento

L’azienda giapponese Hitachi in collaborazione con il laboratorio Kiyotaka Miura dell’Università di Kyoto sta lavorando ad un progetto che permetterà un sostanziale sviluppo nell’ambito delle tecniche di salvataggio e conservazione dei dati digitali. Alla base di questa nuova idea, quadratini di quarzo.

I dati verranno scolpiti con un laser sul minerale altamente stabile e resistente che è stato testato e sottoposto ad una temperatura di 1000 gradi Celsius per due ore ed è uscito integro e ancora in grado di consentire la lettura delle informazioni. E’ risultato anche resistente all’acqua e alle onde radio e anche in caso di rottura, i dati sono stati recuperabili. Quindi, secondo la società, potrebbe essere capace di immagazzinare i dati anche per milioni di anni. Se teniamo presente che gli attuali supporti memorizzano per un massimo di 100 anni, la nuova tecnologia potrebbe rappresentare una vera rivoluzione nel settore.
Inoltre il vantaggio si avrebbe anche nel minor dispendio di materiali: non deteriorandosi, non avrebbero bisogno di essere sostituiti riducendo così le parti fisiche e i rifiuti. Il quadratino di quarzo utilizzato sarebbe grande circa 2 cm per lato e spesso 2 mm ed il linguaggio utilizzato per la scrittura dovrebbe essere quello binario. La capacità di archiviazione è di circa 40 MB per pollice, superiore al quello di un CD, ma ancora di gran lunga inferiore rispetto ai moderni hard disk in grado di memorizzare fino ad un terabit per pollice quadrato. La masterizzazione avviene come per i Cd ed i Dvd tramite un laser, mentre per la lettura è necessario un microscopio ottico.

La nuova tecnologia di Hitachi non sarà sul mercato prima del 2015 ed i costi saranno tendenzialmente elevati. Essenzialmente lo scopo di questo progetto è quello di archiviare dati di grande importanza e che necessitano di essere trasferite ai posteri, tipo le informazioni di natura artistico-culturale.

Ad oggi, spesso si riscontra il problema di voler recuperare dati persi dal pc o dal telefono cellulare. Esistono sistemi all’avanguardia per il salvataggio ed il recupero di questo tipo di dati su cui possiamo fare affidamento, ma paradossalmente la maggior parte di fonti storiche di cui noi possiamo ancora fruire sono manoscritti antichi su carta e incisioni su pietre. Nel futuro, gli archeologi potrebbero scoprire i dati della nostra civiltà senza problema attraverso vetrini di quarzo.

Place Raider, virus-spia a portata di smartphone

Sembrerebbe una applicazione creata da ladri esperti, invece è stata studiata all’Università dell’Indiana e sviluppata presso il Naval Surface Warfare Center a scopi scientifici. Si tratta di un virus, PlaceRaider, che, nascondendosi in applicazioni simili a Instagram e Hipstamatic, è in grado di entrare negli smartphone, scattare foto e creare modelli in 3D degli ambienti in cui i malcapitati vivono o frequentano, con una precisione che consente di osservare nel dettaglio fino agli oggetti. Inoltre, PlaceRaider riuscirebbe anche ad ascoltare in diretta ciò che avviene intorno trasformando il cellulare in un vero e proprio spyphone. Dunque un occhio indiscreto potrebbe insinuarsi nelle nostre case.

Alla base del progetto ci sono le tecnologie che permettono di far ruotare le immagini visualizzate sui display degli smartphone. Alcune opzioni aggiuntive consentirebbero agli hacker di scattare e ricevere fotografie solo quando si è interessati, capire se lo smartphone è sottosopra o nella tasca del proprietario, silenziare automaticamente i suoni dello scatto e coprire le immagini di anteprima delle foto appena scattate.
Una volta raccolti i dati e le immagini, l’hacker potrà creare un modello 3D degli ambienti in cui si è mosso il possessore del cellulare, osservare con calma gli oggetti e ricavarne informazioni preziose. Per il momento possiamo stare sicuri: la tecnologia è custodita in laboratorio, ma ben presto gli hacker impegnati in operazioni di spionaggio industriale o di sicurezza nazionale o comuni ladri d’appartamento, potrebbero venirne in possesso e dunque sarà necessario adottare delle contromisure.
Per quanto riguarda l’ambiente domestico, sono già stati collaudati sistemi di bonifica ambientale che permettono di scovare microcamere, microspie e trasmettitori. Intanto non c’è pericolo per gli smartphone dotati di sistemi iOS e Windows Phone in quanto per il momento il virus funziona solo su Android.

Verso casa con le scarpe GPS

Dominic Wilcox, designer inglese, ha creato un prototipo funzionante di calzatura con GPS integrato che una volta calzata conduce la persona a casa. Il nome di questa stravagante invenzione è “No Place Like Home” e prende ispirazione dal celebre romanzo “Il meraviglioso mago di Oz” dove la protagonista Dorothy, con il potere magico delle sue scarpette, può andare ovunque battendo per tre volte uno contro l’altro i tacchi.

Per le scarpe di Wilcox, con la suola sapientemente decorata, basterà battere i tacchi una sola volta. Infatti le calzature sono programmabili collegandole al computer. Attraverso un software è possibile selezionare la destinazione preferita e successivamente caricarla via USB alla scarpa. Attraverso un semplice click dei talloni si attiverà il GPS alimentato da batteria simile a quella dei telefoni cellulari. Le due scarpe oltre a comunicare tra di loro hanno due diverse utilità grazie a dei microcontroller chiamati “Arduninos”: la scarpa destra mostra il progresso nel tragitto tramite una barra di luci a LED sul puntale della scarpa, una volta arrivati a destinazione si illuminerà di verde. La scarpa sinistra invece, indica la corretta direzione in cui camminare attraverso LED disposti a cerchio.

Il progetto, commissionato dal Global Footprint in Northamptonshire, è stato esposto al London Design Festival 2012.
Gli utilizzi di queste scarpe potrebbero essere davvero molteplici, pensiamo per esempio ai malati di Alzheimer o quelle persone che magari hanno l’abitudine di bere un bicchiere di troppo o ancora ai figli adolescenti che fanno tardi la sera e non vogliono tornare a casa o alla moglie sbadata che si perde continuamente.
I sistemi di localizzazione GPS sono entrati appieno nel nostro quotidiano e ora anche nelle nostre scarpe.

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