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Super vista per i soldati americani

dicembre 23, 2010 Biotecnologia Nessun Commento
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Presto, le capacità visive dei soldati americani potrebbero non essere più limitate al campo raggiunto dai loro occhi, ma grazie alla moderna tecnologia potrebbero essere in grado di distinguere oggetti ad un chilometro di distanza.

Questo sarà reso possibile dal progetto SCENICC (Soldier Centric Imaging via Computational Cameras), ossia il concetto, sviluppato dal DARPA, di un elmetto su cui sono montate una serie di telecamere che catturano immagini a 360 gradi, con un raggio d’azione appunto di un chilometro, proiettandole in 3 dimensioni su degli speciali occhiali.

In questo modo chi indossa tale elmetto potrebbe vedere ovunque, anche dietro di sé, con la possibilità di zoomare su un punto di particolare interesse, il tutto senza dover usare le mani ma semplicemente tramite dei comandi vocali che permetterebbero di controllare le proprietà di visualizzazione dell’immagine.

Inoltre, il sistema SCENICC sarebbe in grado anche di rilevare la presenza di oggetti pericolosi e di seguire la traiettoria di missili o proiettili nel suo raggio d’azione, avvisando chi lo indossa in caso di pericolo, oppure di interagire con le armi del suo utente, agganciando un bersaglio e puntando la pistola o il fucile nella sua direzione.

Una pattuglia di soldati che usino il sistema SCENICC, poi, sarebbero in grado di condividere tra loro le immagini, in modo che ognuno di essi possa vedere le immagini provenienti non solo dai caschi dei propri compagni, ma anche quelle rilevate dalle telecamere di eventuali droni o UAV presenti in zona. Il tutto in un peso limitato, inferiore ai 700 grammi.

Insomma, il casco bionico, per il quale il DARPA ha lanciato una richiesta per trovare eventuali produttori, potra’ sembrare un’idea da film, ma in un prossimo futuro potrebbe diventare reale e fornire ai soldati americani una ulteriore arma in zone di guerra.

Il cervello umano come un hard disk, può essere salvato

ottobre 25, 2010 Biotecnologia 1 Commento

Il nome di Raymond Kurzweil, alla maggior parte del grande pubblico forse non dirà molto, eppure si tratta di uno dei grandi guru della tecnologia moderna, capace non soltanto di inventare il primo sintetizzatore musicale in grado di imitare perfettamente il suono del pianoforte, superando perciò uno dei grandi limiti degli strumenti a tastiera elettronica, ma anche di preconizzare già negli anni ottanta lo sviluppo di Internet così come la conosciamo ora.

Oltre a questo, Kurzweil ha contribuito al progresso con tecnologie quali il riconoscimento vocale, ma anche con teorie che ne testimoniano il talento visionario, ad esempio quando preconizzò l’avvento di una società moderna in cui tutte le informazioni si potessero ottenere tramite computers collegati in rete, una previsione che al tempo fece alzare più di un sopracciglio…

Pertanto, quando Kurzweil parla di futuro, è bene starlo a sentire. Secondo la sua ultima profezia, entro vent’anni sarà possibile fare una copia dei dati contenuti nel proprio cervello, una sorta di backup che, proprio come il contenuto degli hard disk di oggi, potrà essere salvato comodamente su una sorta di drive USB, e portato con sé per consultarlo tranquillamente secondo necessità, non soltanto dal “proprietario” del cervello copiato, ma da altri e, possibilmente, anche dai suoi eredi dopo la sua morte, per riviverne i ricordi ed accedere ad eventuali conoscenze che il caro estinto non abbia tramandato direttamente, leggendone i dati tramite un motore di ricerca.

Teoricamente, grazie alle nanotecnologie, questo scenario sarebbe già possibile al giorno d’oggi. Sempre grazie alla nanotecnologia, sarà possibile, sempre secondo Kurzweil, impiantare dei microscopici robot all’interno del corpo umano, che scorreranno nelle nostre vene per rilevare e curare le nostre malattie, e per darci indicazioni sul tenore di vita da seguire, i cibi da mangiare e le medicine da assumere. Insomma, una sorta di Grande Fratello dentro ognuno di noi, ma (pare) a fin di bene.

Chissà se in seguito, una volta trovata la tecnologia per fare il backup del nostro cervello, non si possa poi trovare il modo per fare il restore, ossia per reinstallare i dati del cervello di una persona deceduta all’interno di quello di un’altra più giovane, perpetuandone, se non la vita, almeno i ricordi e le conoscenze.

Lo scenario non è esattamente tranquillizzante, ma chissà, tra vent’anni forse si sarà trovato il modo di utilizzare tutta questa conoscenza in maniera costruttiva.

Fibre ottiche nel nostro sistema nervoso

La Southern Methodist University di Dallas, in collaborazione con il Ministero della Difesa degli USA, sta lavorando su un progetto di ricerca per migliorare la vita di coloro che, in seguito all’amputazione di un arto per malattia o ferite in guerra, hanno ricevuto una protesi.

Il progetto mira a stabilire una comunicazione tra le terminazioni nervose periferiche e la protesi, per fare in modo che quest’ultima abbia una certa sensibilità che le permetta di riconoscere il caldo, il freddo o le variazioni di pressione a cui possa essere sottoposta.

Questo è resto possibile grazie ad una tecnologia chiamata neurofotonica, che permette la comunicazione tra la protesi e le terminazioni nervose grazie ad un fascio di fibre ottiche che forniscono un collegamento ad alta velocità, e che un giorno potrebbero permettere alle protesi di comunicare direttamente con il cervello e non più con le zone periferiche del sistema nervoso umano.

Infatti, per il futuro i ricercatori della SMU stanno lavorando non solo sulla comunicazione tra sistema nervoso ed impianti artificiali, ma anche per aiutare pazienti con disfunzioni di vario tipo: si pensi ad esempio alla possibilità di creare dei microscopici impianti cerebrali in grado di risolvere una serie di problemi, ad esempio per ridurre il tremito incontrollato delle estremità, o per limitare le sensazioni dolorose in caso di dolori cronici grazie a dei neuromodulatori, e quant’altro.

In futuro, per usare le parole di uno dei ricercatori, “le capacità del cervello umano potrebbero essere aumentate dalla velocità delle moderne tecnologie”. Sinceramente, nonostante la tecnologia possa certamente aiutare nella cura di malattie e disfunzioni, la prospettiva di diventare tutti una sorta di androidi computerizzati con fibre ottiche al posto dei fasci nervosi non ci appare granché attraente…

Un elmetto per soldati telecomandati

L’ultimo ritrovato tecnologico uscito dai laboratori del DARPA sembra provenire direttamente da un film di fantascienza, ma invece è vero e le autorità militari americane hanno in progetto di utilizzarlo sui soldati in zone di guerra per migliorarne l’efficienza.

Partendo da un semplice concetto, secondo il quale le nostre sensazioni sono regolate dall’attività cerebrale, i ricercatori sono giunti alla conclusione che basta fornire i “giusti” stimoli al cervello stesso per indurlo a raggiungere prestazioni ottimali. Nello specifico, parliamo ovviamente di prestazioni sul campo di battaglia.

Tali prestazioni vengono raggiunte tramite un elmetto, sul quale sono montati una serie di elettrostimolatori, collegato ad un computer posto a distanza di sicurezza ed in grado di interagire con il cervello di chi indossa tale elmetto. I sensori montati nell’elmetto inviano al computer gli impulsi elettrici che corrispondono alle sensazioni provate dal soldato, ed il computer risponde inviando delle microstimolazioni in grado di generare sensazioni indotte.

Tramite questi stimoli sarà possibile ad esempio ridurre il livello di stress, migliorare le capacità cognitive e di reattività agli stimoli, o addirittura aumentare la soglia del dolore, consentendo ad un soldato di continuare a combattere anche se ferito in maniera non grave.
In pratica, si tratta di un controllo a distanza della mente del soldato, che lo trasforma in una sorta di macchina da guerra.

Ovviamente, oltre agli interrogativi sul fatto che tale sistema possa funzionare o meno, tale studio pone una serie di interrogativi dal punto di vista etico, in quanto annullerebbe completamente il fattore umano, trasformando i soldati in veri e propri robot in carne ed ossa, indotti ad eseguire gli ordini in maniera cieca senza rendersi conto di aver oltrepassato il proprio limite, e cacciandosi in situazioni pericolose. A questo punto, sarebbe molto meglio inviare dei robot veri, in modo da non rischiare vite umane in guerra.

Un apparecchio acustico Bluetooth quasi invisibile

Quando si ha bisogno di usare un apparecchio acustico per migliorare il proprio udito, spesso il problema maggiore per chi lo indossa è di natura psicologica, in quanto può risultare spiacevole rivelare la propria condizione alle persone intorno a sé.

Per fornire assistenza a persone con problemi di udito che vogliano mantenere la loro condizione più confidenziale possibile, la Beltone ha creato True, un apparecchio acustico dalle dimensioni ridottissime che, oltre a funzionare come un qualsiasi altro sistema del genere, aggiunge altre funzionalità ad alto contenuto tecnologico.

Infatti, True è dotato di connettività Bluetooth, che gli permette di collegarsi automaticamente con altri apparecchi Bluetooth presenti nella zona, e di effettuare conversazioni senza sforzo semplicemente agganciando il suo microfono al bavero della giacca; a questo punto il possessore di True potrà, ad esempio, parlare tramite un telefono cellulare ascoltando la voce del suo interlocutore direttamente nell’orecchio, anche se il telefono si trova ad alcuni metri di distanza.

Inoltre, grazie al suo collegamento wireless a 2.4 GHz, può captare i suoni provenienti dalla televisone o da un apparecchio stereo, e trasmettere anche essi direttamente nell’orecchio. Regolando il volume a proprio piacimento sarà pertanto possibile, ad esempio, ascoltare musica in sottofondo mentre si parla con gli amici, senza che un volume eccessivamente alto disturbi la conversazione. Inoltre, il volume e la qualità del suono possono essere impostati grazie ad un pratico telecomando.

Il tutto è reso possibile da un circuito due volte più veloce degli altri normali apparecchi acustici, con una memoria quattro volte più grande, che permette di mantenere un collegamento wireless veloce, consentendo ad esempio una conversazione telefonica senza ritardi di trasmissione.

Una protesi quasi umana per chi ha perso una gamba

Secondo un articolo comparso recentemente sul New York Times, i veterani di guerra che hanno perduto una gamba a causa delle ferite, o i pazienti che hanno subito un’amputazione a seguito di malattie quali ad esempio il diabete, potrebbero presto tornare a vivere una vita quasi normale.

Questo grazie ad una protesi per le ginocchia, chiamata X2, munita di una dotazione tecnologica di alto livello che consente movimenti realistici e, soprattutto, permette al ginocchio bionico di reagire in presenza di ostacoli, scale, terreni accidentati o simili, da sempre nemici di coloro che per camminare sono costretti ad usare una protesi.

Infatti, il ginocchio prostetico X2 è fornito di una serie di sensori di movimento, giroscopi e svariati microprocessori, in grado di fornire al paziente una maggiore varietà nei propri movimenti, aiutandoli a distribuire meglio il peso tra la gamba artificiale e quella naturale, che per ovvi motivi tende ad essere sovraccaricata. Grazie a X2 sarà più facile camminare in discesa, salire una rampa di scale e, in generale, effettuare movimenti più precisi.

Rispetto a modelli simili, poi, X2 è più leggero e di dimensioni più ridotte, e la batteria che lo alimenta funziona più a lungo. Il costo che il Dipartimento della Difesa dovrebbe sostenere è di circa 30000 dollari per ogni articolo; si prevede di fornire 200 esemplari nel corso del prossimo anno a veterani che ne abbiano bisogno.

Tale numero è una goccia nel mare rispetto ai 5000 che ogni anno si trovano in situazioni del genere a causa della perdita di un arto, e ai 45000 già sofferenti, ma sicuramente, in prospettiva futura si tratta di un validissimo supporto, anche a livello psicologico.

Oro e seta per un biosensore da impiantare

agosto 19, 2010 Biotecnologia Nessun Commento

La seta e l’oro sono due materiali che difficilmente vengono associati all’idea di cure mediche, ma piuttosto fanno venire in mente il lusso e alla ricchezza, almeno se non si è al corrente dei risultati di un progetto di ricerca della Tufts University.

Infatti, un team di ricercatori della prestigiosa università del Massachusetts ha appena creato un biosensore, composto proprio di questi due materiali, che può essere impiantato nel corpo umano per rilevare una serie di elementi.
Il sensore è infatti in grado di analizzare, ad esempio, il livello di alcune proteine, o di rilevare la presenza di glucosio nell’organismo per monitorare lo stato di salute di pazienti diabetici.

In questo caso, non appena rileva che il livello è sceso al di sotto del livello minimo, il sensore potrebbe inviare un segnale di allarme tramite connessione wireless o Bluetooth al paziente o al medico curante, in modo da prendere le adeguate contromisure ed intervenire in tempo evitando ulteriori problemi.

Questo è possibile grazie al fatto che il meta-materiale creato dal team di ricerca è in grado di captare la frequenza della risonanza magnetica a livello di terahertz di eventuali agenti chimici presenti nell’organismo del paziente. Una volta captata questa risonanza unica per ogni materiale, ed analizzate le relative caratteristiche, sarà possibile determinare se la presenza e quantità di questi agenti rappresenta un rischio per la salute, ed inviare l’allarme corrispondente in caso di necessità.

Le prossime fasi di test dell’antenna verranno effettuate su vari tipi di proteine, impiantando il sensore in profondità sotto svariati strati di tessuto muscolare, per verificarne il funzionamento e seguire le reazioni chimiche in condizioni realistiche.

Un chip per individuare malattie neurodegenerative in tempo

agosto 11, 2010 Biotecnologia Nessun Commento

Gli scienziati della Facoltà di Medicina della University of Calgary (Canada) hanno annunciato il risultato di una ricerca che potrebbe rappresentare una vera e propria pietra miliare nella storia della lotta alle malattie neurodegenerative, quali la malattia di Parkinson ed il morbo di Alzheimer.

Infatti, il team di ricerca guidato da Naweed Syed ha creato un microchip in grado di rilevare dei piccoli cambiamenti nella comunicazione elettrica tra le cellule del cervello, e pertanto di analizzare come questi cambiamenti possano essere segno dei primi sintomi di gravi malattie.

I neurochip possono anche essere installati in una coltura di cellule cerebrali, le quali usano il chip stesso per comunicare tra loro, ed a sua volta, il chip analizza le modalità di comunicazione tra le cellule del cervello umano. Inizialmente tale esame era possibile soltanto con poche cellule alla volta, mentre adesso una versione migliorata del neurochip è in grado di funzionare con ampie colture di cellule.

In questo modo, estraendo un campione di cellule cerebrali da un paziente, sarà possibile analizzarne le modalità di interconnessione e confrontarle con cellule sane e perfettamente funzionanti. Grazie all’analisi di eventuali imperfezioni nella trasmissione di ioni tra una cellula e l’altra, è pertanto possibile rilevare i primi sintomi di malattie neurodegenerative in una fase iniziale.

I neurochip sono automatizzati, quindi chiunque può impiantarvi delle cellule cerebrali. Quindi, per i medici non c’è bisogno di complicati programmi di addestramento per utilizzare dei sistemi di scanning cerebrale per i quali c’è comunque sempre bisogno dell’assistenza di un tecnico specializzato. Ora, il medico può fungere anche da tecnico, con ovvi vantaggi per la rapidità e flessibilità del lavoro di analisi, e si spera, con ottimi riflessi anche sui risultati per i pazienti che soffrono di Alzheimer e Parkinson.

Una telecamera per dentisti moderni

La tecnologia video in miniatura e la video sorveglianza sono le nostre specialità, ma questo non significa necessariamente che le due cose debbano per forza andare di pari passo. La crescente miniaturizzazione dei sistemi video trova infatti applicazione in una miriade di altre occasioni, non soltanto grazie a telecamere nascoste che riprendono segretamente, ma anche grazie a microcamere che, racchiuse all’interno di strumenti di tutt’altro genere, ne migliorano l’efficienza.

Ad esempio, questo è il caso della Dental Cam, ossia di una telecamera intraorale, adatta per essere utilizzata all’interno di uno studio dentistico per meglio documentare lo stato di salute dei denti dei propri pazienti, anche in angoli poco visibili. La stessa operazione può essere compiuta da chi volesse controllare in prima persona che i propri denti siano in buone condizioni.

Grazie alle sue dimensioni ridotte, può essere usata non soltanto per l’esplorazione della cavità orale, ma anche per svariati altri usi domestici, scientifici e professionali, ad esempio per visualizzare circuiti elettronici a distanza ravvicinata, o per riprendere piccoli animali od insetti da studiare in laboratorio, e molto altro ancora, il tutto con una risoluzione di 1.3 megapixel e la sua sensibilità che la rende in grado di funzionare anche in condizioni di illuminazione ridotta.

Inoltre, la sua semplicità d’uso è ulteriormente accentuata dalla presenza di un cavo USB, che oltre a fornire alimentazione consente di collegare la Dental Cam direttamente al vostro computer, per poter visualizzare in tempo reale le sue riprese, e anche per poterle salvare con comodità, e riesaminarle più avanti, ad esempio per un check up delle condizioni di salute del paziente.

Per maggiori dettagli sul funzionamento e sui prezzi della telecamera orale, vi consigliamo di visitare il sito di Endoacustica e richiedere informazioni ai nostri consulenti, che saranno a vostra disposizione per qualsiasi chiarimento.

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Un microregistratore da 600 ore in soli 4 millimetri

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