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L’ultima pazzia giapponese: un vestito contro l’influenza suina

Virus Clean

La paura globale del virus H1N1 sembra non rallentare, e mentre la ricerca scientifica procede a tutta velocità per assicurare protezioni valide, l’ultima soluzione ci permette di difenderci dal virus influenzale, e di farlo anche con eleganza!

Ovviamente quando si parla di soluzioni stravaganti, esse possono venire soltanto dalla terra del Sol Levante, dove la Haruyama Trading ha appena presentato il proprio abito anti influenza, che secondo il produttore protegge chi lo indossa dal virus H1N1. (Se parlate giapponese potete cliccare sul link, altrimenti… dovrete fidarvi di noi!)

Questo abito, oltre ad essere indubbiamente molto elegante, costa circa 580 dollari, un prezzo ragionevole per un vestito di buona fattura, ed è disponibile in quattro diversi colori classici. La particolarità del vestito Virus Clean sta nel tessuto, che è rivestito di biossido di titanio, un agente chimico usato comunemente per la produzione di cosmetici e dentifrici.

Quando viene esposto alla luce, tale agente chimico reagisce, e l’agente risultante può uccidere il virus influenzale al solo contatto.
Secondo la Haruyama, che ha lavorato su tale progetto per oltre un anno, le caratteristiche protettive del vestito anti influenza rimangono invariate anche dopo svariati lavaggi, fornendo una protezione a lungo termine.

L’utilità di tale sistema per combattere l’influenza è ancora tutta da dimostrare, ma sicuramente nei paesi asiatici, più duramente colpiti dalla pandemia H1N1, qualunque misura protettiva che abbia un certo effetto contro il virus sarà sicuramente ben accolta, specialmente in Giappone dove secondo numeri recenti, il numero dei casi di H1N1 sfiora le 25000 unità.

Oltretutto, se è possibile proteggere la propria salute con eleganza, perché no? E se proprio non dovesse essere utile, almeno avrete un bell’aspetto!

Avete perso una mano? Ora potete recuperare il senso del tatto

ottobre 15, 2009 Biotecnologia Nessun Commento

Limb

Le protesi robotizzate attualmente usate per restituire almeno una parvenza di dignità a persone che hanno perso braccia o mani a seguito di un incidente, hanno una serie di limiti. Al primo posto, oltre alla scomodità nell’indossarle, viene l’assenza di risposta dal punto di vista sensoriale, che rende assai difficile dimenticare che si sta utilizzando una protesi.

Presso la University of Michigan si sta sviluppando una sorta di manica, da posizionare sulle terminazioni nervose interrotte, che può migliorare le funzioni delle protesi manuali, e restituire le sensazioni tattili ai pazienti.

I ricercatori hanno creato una sorta di interfaccia composta di cellule muscolari e di materiale polimerico, che collega le terminazioni nervose alla mano prostetica. Grazie a questa giunzione neuro-muscolare, il cervello può controllare i movimenti dei muscoli. Utilizzando questa interfaccia, i segnali inviati dalle terminazioni nervose, normalmente inutilizzabili, vengono resi utili a comandare movimenti e generare sensazioni tattili.

Le cellule muscolari montate sul “guanto” e le terminazioni nervose interagiscono tra loro, creando un collegamento stabile. Negli esami di laboratorio, i risultati hanno indicato che non solo l’utilizzo di questa interfaccia consente di migliorare il controllo del movimento della protesi, ma anche e soprattutto che questo collegamento consente una comunicazione in entrambe le direzioni, inviando impulsi tattili e termici al cervello, che può così distinguere una superficie ruvida da una liscia, e una calda da una fredda.

Il progetto, finanziato dal Ministero della Difesa americano, nasce dall’esigenza di migliorare la vita dei feriti nelle guerre in Iraq e Afghanistan, ma ovviamente crea sviluppi interessanti anche per tutti coloro che hanno subito mutilazioni ad esempio sul lavoro. I primi test su esseri umani, per cominciare ad offrire loro un barlume di speranza, sono previsti tra tre anni.

Non fatelo al forno, sembra un pesce ma è un robot!

ottobre 10, 2009 Biotecnologia Nessun Commento

Robofish

Pesci meccanici? Sì, certo, li abbiamo già visti, insieme ad una serie di altri animali robot creati da scienziati che forse, non avendo tempo per accudire un animale vero a casa, pensavano bene di costruirsene uno sotto forma di robot. Il RoboFish creato da alcuni scienziati del Massachusetts Institute of Technology, se non altro, imita il movimento naturale dei pesci nel nuoto, spingendosi nell’acqua tramite la flessione dei suoi “muscoli” meccanici.

Il suo corpo, lungo circa 20 centimetri, è costituito da un unico involucro di materiale polimerico, che imita il movimento naturale dei pesci tramite vibrazioni prodotte al suo interno dal motore che lo alimenta. Il movimento naturale dei pesci, infatti, avviene tramite la contrazione dei muscoli, che consente loro di viaggiare a una velocità pari a 10 volte la lunghezza del loro corpo al secondo.

Il RoboFish attualmente ha una velocità molto ridotta, all’incirca una lunghezza al secondo, ma tale movimento viene ottenuto in maniera naturale, poichè il motore al suo interno può aumentare o diminuire la rigidità di diverse sezioni dell’involucro, ottenendo un movimento più fluido rispetto a quello di vecchie versioni del pesce robot; tale movimento è concentrato soprattutto nella sezione di coda.

Grazie al loro corpo in un unico pezzo, e grazie alla resistenza del materiale in cui sono costruiti, i pesci robot sono sicuramente più solidi ora, ed in futuro si sta progettando di alimentarli con una batteria ricaricabile tramite il movimento, per usarli, ad esempio, in ispezioni subacquee di navi, per esaminare tubazioni e condutture alla ricerca di eventuali falle o crepe, o per la sorveglianza subacquea di porti o fiumi in zone a rischio di contrabbando o pirateria.

Seguire le migrazioni degli insetti? Facile, via radio!

Radio Critter

Nello stato americano del North Carolina, le migrazioni di massa degli insetti sono una vera calamità per l’agricoltura e la pastorizia locale. I cosiddetti Grilli Mormoni si muovono in stormi di centinaia di migliaia di elementi, devastando i campi durante le loro migrazioni. Gli scienziati stanno cercando di identificare le rotte delle loro migrazioni, per poter difendere i campi tramite applicazioni mirate di pesticidi invece dell’irrigazione indiscriminata.

Presso la Chapel Hill University, con finanziamenti ricevuti dal Dipartimento di Agricoltura, si sta svolgendo una ricerca effettuata tramite l’applicazione di piccoli radiotrasmettitori sul dorso dei grilli. I grilli vengono separati dalla massa, e con una speciale colla, viene loro applicato un microtrasmettitore del peso di meno di un grammo.

Grazie all’applicazione di questi trasmettitori, gli scienziati sono riusciti, ad esempio, a scoprire che quando i grilli si separano dal gruppo, la loro mortalità è più alta. Pertanto, viaggiare in massa è un meccanismo di sopravvivenza per gli insetti.

Se tramite queste ricerche si riuscisse anche ad identificare le rotte delle migrazioni, i coltivatori sarebbero in grado di prendere adeguate contromisure, riducendo i costi per l’utilizzo indiscriminato di pesticidi, che uccidono tutti gli insetti nella zona arrecando danni anche alla catena alimentare ed inquinando l’acqua potabile.

La soluzione di questo problema locale in una regione agricola degli USA potrebbe avere effetti positivi anche a livello mondiale, ponendosi come termine di paragone per altre zone, specialmente in paesi in via di sviluppo o sottosviluppati, e magari aiutare a ridurre la fame in queste zone.

Anche gli insetti possono spiare: la falena cyborg

settembre 8, 2009 Biotecnologia Nessun Commento

Cyber Moth

Sembra uscita da un film tipo Terminator, invece potrebbe presto diventare realtà. Il Ministero della Difesa USA sta effettuando delle ricerche allo scopo di creare delle falene cyborg, ossia degli insetti all’interno dei quali, quando essi si trovano ancora allo stato larvale, vengono impiantati dei microscopici elettrodi e un chip di controllo. La ricerca è stata presentata alla conferenza ISSCC (International Solid State Circuits Conference).

Grazie a questi elettrodi e ad un microscopico trasmettitore radio a bassissima potenza, sarà possibile controllare il volo delle falene, le quali, trasformate in piccolissimi robot e controllate a distanza, saranno in grado di trasmettere immagini o suoni, utilizzabili ad esempio per operazioni di sorveglianza o, installando dei piccolissimi sensori antigas, per la prevenzione di disastri naturali o altro.

L’energia per alimentare questi microscopici componenti elettronici sarà generata direttamente dalle falene stesse grazie al loro movimento. I componenti dovranno avere un peso ed un ingombro veramente microscopici, in quanto il peso medio di una falena è di circa 2.5 grammi, e sovraccaricarle di peso equivarrebbe a renderle impossibilitate a volare. Il consumo energetico dovrà essere ugualmente ridotto, per poter funzionare grazie al movimento della falena stessa.

In breve, la falena viene comandata tramite tre diversi chips: il primo è un microscopico apparecchio radio ricetrasmittente, collegato ad un neurostimulatore al tungsteno. Quando la radio riceve un comando, lo stimolatore manda un impulso al tessuto nervoso della falena, inducendola a muoversi in ua determinata direzione.

Il secondo chip è un processore che trasforma i dati raccolti dalla falena in segnali radio da inviare alla stazione ricevente; il terzo chip invece è il vero e proprio motore, ossia quello che trasforma il movimento della falena in energia per alimentare l’intero sistema installato al suo interno, trasformando le vibrazioni causate dal volo in energia meccanica ed elettrica.

Soldati robot, gambe robot, perfino nonni robot… il futuro è alle porte!

settembre 7, 2009 Biotecnologia Nessun Commento

Robot Suit

Nei film di fantascienza è prassi ormai comune quella di vedere guerrieri del futuro che, vestiti di un esoscheletro che li rende più simili a robot che ad esseri umani, affrontano in battaglia mostri venuti dall’altra parte dell’universo, e la letteratura di fantascienza è piena di esempi in tal senso, mentre il cinema porta sui nostri schermi films quali The Transformers.

Al giorno d’oggi, l’utilizzo degli esoscheletri, altrimenti detti vestiti robot è diventato sì piuttosto diffuso, ma il campo d’applicazione di questo tipo di biotecnologie non è certo nella lotta ad improbabili invasori alieni, quanto piuttosto, ad esempio, nell’assistenza per disabili od anziani.

Infatti, questi modernissimi sistemi sono progettati per l’assistenza di persone con difficoltà motorie, sia per assistere durante un programma di riabilitazione che, ad esempio, per migliorare le possibilità di movimento dei disabili grazie a specifiche gambe robot. Ovviamente questo è uno soltanto dei possibili campi di applicazione, ma gli utilizzi di tale tecnologia possono essere svariati, dal soccorso in montagna o in luoghi di difficile accesso per automobili o ambulanze, fino al recupero di feriti all’interno di palazzi incendiati, o al trasporto di materiale pesante.

Naturalmente, tali potenzialità non potevano non attrarre l’attenzione anche delle forze armate, infatti il Ministero della Difesa USA è impegnato nel finanziamento di progetti di applicazione degli esoscheletri in campo militare.

Tecnicamente parlando, un vestito robot è un sistema che può moltiplicare la forza umana grazie ad un controllo computerizzato. Grazie ad esso, un soldato potrebbe essere in grado di trasportare fino a 100 kg di materiale senza risentirne in termini di agilità e fluidità dei movimenti, il tutto senza perdere la capacità di combattimento.

Tali progetti potrebbero vedere la luce nell’arco di pochi anni, accanto ad applicazioni nel campo industriale o della sicurezza. Ad esempio in Giappone, dove l’invecchiamento della popolazione va di pari passo con l’avanzamento tecnologico, l’accento viene posto sull’assistenza agli anziani e sul miglioramento della qualità della loro vita. Diventeremo tutti nonni-robot? Staremo a vedere!

Nuove terapie con cellule fetali: una speranza dalla Cina per la SLA

Neuroreg

Le ricerche sulla neurorigenerazione, ossia il recupero di funzionalità da parte del sistena nervoso centrale (SNC), sono uno dei campi di ricerca più importanti nell’ambito delle neuroscienze, poiché coinvolgono, tra gli altri, differenti rami della neurochirurgia, neurologia, e perfino la medicina tradizionale cinese.

Finora, la risoluzione clinica di lesioni al SNC, ed il recupero delle relative funzioni, era considerato impossibile nonostante i continui progressi della scienza. Pertanto, i malati affetti da svariate patologie quali ad esempio il morbo di Alzheimer e quello di Parkinson, sclerosi laterale amiotrofica (o morbo di Gehrig), sclerosi multipla e mielite, o colpiti da eventi traumatici quali un infarto, erano rassegnati ad una vita in stato semivegetativo.

L’Accademia di Neuroscienze Hong Tian Ji di Pechino ha registrato miglioramenti in pazienti affetti da patologie del sistema nervoso centrale come quelle di cui sopra, grazie al trapianto di cellule gliali olfattive umane (OEG e OEC), estratte da feti abortiti naturalmente.

Le cellule vengono fatte moltiplicare in vitro e trapiantate al paziente tramite iniezioni effettuate sui lobi frontali. Bisogna notare comunque che non si tratta di un trapianto di cellule staminali, e che le cellule trapiantate hanno comunque una vita temporanea.

Altrettanto temporanei, e dipendenti dalle condizioni fisiche al momento del trapianto, sono anche i miglioramenti sui pazienti, ma questi risultati dimostrano che è possibile causare una neuro-rigenerazione ed un recupero di funzionalità in pazienti con patologie che si pensava incurabili. Il trapianto di questo tipo di cellule apre la strada a nuovi orizzonti per la cura di patologie del sistema nervoso centrale.

Reni artificiali da indossare come una cintura

Kidney

Forse non saranno mai un accessorio di moda, ma possono sicuramente migliorare la vita dei pazienti dializzati. I reni artificiali o WAK (Wearable Artificial Kidneys) sono una macchina per dialisi in miniatura, montata su una cintura, che può essere indossata consentendo al paziente di muoversi liberamente, ed allo stesso tempo beneficiare dei trattamenti medici a cui si è sottoposti.

La cintura, compresa di batterie di alimentazione, pesa 4.5 kg, comprende un filtro che funge da rene artificiale, collegato a tubi di plastica e ad un monitor che gestisce il flusso e la pulizia del sangue durante il trattamento, che dura dalle 3 alle 5 ore al giorno.

Grazie al rene portatile, vivere una vita normale non è più un sogno per pazienti in dialisi, che saranno liberi di muoversi, camminare, correre, anche compiere attività fisica, tutto questo mentre il loro rene artificiale somministra un trattamento non invasivo, guadagnandone non soltanto in salute ma anche, e soprattutto, in termini emotivi.

Un apparecchio del genere può avere un impatto di portata facilmente immaginabile sulla vita dei pazienti in dialisi, non soltanto negli aspetti appena descritti ma anche dal punto di vista economico, in quanto l’utilizzo del rene artificiale portatile permetterà di risparmiare sui costi delle strutture ospedaliere e dei costosissimi macchinari utilizzati in ospedale.

Solo per i tuoi occhi… o per le tue dita?

USB Drive

La Ennova Direct ha presentato un drive USB che promette di diventare lo standard di riferimento in fatto di sicurezza e privacy per i drives portatili.
Il nuovo drive USB, che sarà disponibile sul mercato nel primo trimestre del 2010, oltre ad avere un connettore USB retraibile e protetto, è dotato di uno schermo OLED, all’interno del quale è posizionato un microscopico scanner biometrico di impronte digitali.

Per poter accedere ai dati contenuti nel drive USB, vi basterà poggiare il dito sullo schermo OLED, e quando lo scanner avrà riconosciuto la vostra impronta digitale, lo schermo cambierà colore per segnalare l’accesso effettuato, e potrete comodamente usare il vostro drive.
Inoltre, lo schermo OLED funge anche da menu interattivo, che consente all’utente di impostare diversi livelli di accesso al contenuto del drive.

Con l’aumento dello spazio disponibile sui drive USB (fino a 64 GB ed oltre), tale forma di memoria si sta affermando come drive esterno di backup, il che aumenta i potenziali rischi per la sicurezza e privacy dei dati contenuti. Pertanto, è di vitale importanza dedicare particolare attenzione alla protezione contro accessi non autorizzati.

Inoltre, questo drive è anche dotato di un involucro protettivo, che mantiene al sicuro non soltanto il connettore USB (spesso fonte di problemi) ma anche lo schermo OLED e lo scanner, in modo da proteggere il tutto anche da agenti atmosferici o da piccoli incidenti che a volte possono rivelarsi fatali.

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jammerPer proteggere la privacy, il silenzio o la riservatezza delle proprie informazioni, è pertanto consigliabile munirsi di un dispositivo di protezione quale un jammer per cellulari, ossia un dispositivo che, in mancanza della possibilità di intervenire sugli apparecchi stessi per spegnerli, interviene sulle onde radio presenti nella stanza o nella sala da isolare.
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