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Un nuovo esoscheletro per la Raytheon

settembre 28, 2010 Tecnologia Nessun Commento

La Raytheon ha appena annunciato di aver terminato gli ultimi test su una nuova versione del suo esoscheletro Sarcos XOS, precedentemente fornito alle forze armate americane per consentire ai soldati ce lo indossano di trasportare carichi pesanti senza compiere alcuna fatica.

Nella sua versione precedente, il cui sviluppo era durato oltre 10 anni, il Sarcos XOS, grazie ad una serie di motori idraulici servoassistiti, permetteva a chi lo indossava di raddoppiare la sua forza e di svolgere il lavoro di due uomini, il tutto senza faticare.

Nella versione più recente, che è stata battezzata Sarcos XOS 2, l’interesse dei progettisti è stato focalizzato non tanto sull’aumento della forza, quanto sulla riduzione del consumo energetico, usando l’energia idraulica in maniera più efficiente per consentire un minore consumo di elettricità. In questo modo, la Raytheon è stata in grado di aggiungere altri elementi tecnologici,senza che il consumo ne risentisse.

Attualmente, tali esoscheletri vengono alimentati tramite il caro vecchio cavo elettrico, il che ne limita i movimenti al raggio d’azione raggiungibile con la lunghezza del cavo. L’obiettivo finale di quello che potrebbe essere chiamato XOS 3, è quello di creare esoscheletri alimentati con delle batterie ricaricabili, che permettano non soltanto di raddoppiare o triplicare la forza di chi li indossa, ma anche e soprattutto siano in grado di muoversi più liberamente per trasportare i propri carichi.

Ad esempio, un esoscheletro alimentato a batteria potrebbe essere utilizzato nelle zone di combattimento, per evacuare rapidamente i soldati feriti e portarli al sicuro, in modo da prestare loro le cure del caso; in alternativa, potrebbe essere usato per portare rapidamente approvvigionamenti, materiale pesante, armamenti o altro alle truppe in battaglia.

Flying Lift, per una perfetta visione dall’alto

settembre 28, 2010 Tecnologia Nessun Commento

Se volete ottenere il meglio dalla vostra videocamera, ed aggiungere un punto di vista dall’alto, non avete bisogno di compiere pericolose arrampicate, ma vi basta montarla su un quadrielicottero radiocomandato, che librandosi in volo vi permetterà di effettuare riprese spettacolari.

Il modello Flying Lift, del peso di soli 500 grammi, comodamente ripiegabile e trasportabile all’interno di uno zaino, è stato studiato proprio per trasportare videocamere convenzionali, e consiste in un microelicottero a quattro rotori, una piccola unità ricevente che può essere comodamente alloggiata all’interno dello zaino, ed un paio di occhiali con un piccolo display.

Su questo display è possibile, con un occhio, vedere le immagini che il vostro Flying Lift sta riprendendo in quel momento, mentre con l’altro occhio potrete seguirne il volo.

L’unità di controllo è munita di due antenne, ed il sistema è in grado di passare automaticamente all’una o all’altra a seconda della ricezione migliore, per ricevere a terra le immagini e per inviare i comandi operativi alla vostra videocamera. Inoltre è anche dotata di uno schermo in cui vengono visualizzati i dati di volo ed il livello della batteria, per evitare di veder interrotte le proprie riprese sul più bello.

Grazie alla propulsione a 4 eliche, il Flying Lift è in grado di volare in maniera stabile, garantendo immagini nitide anche grazie alla semplicità e precisione dell’unità di controllo, che comanda il microelicottero come un joystick per videogiochi.

Il Flying Lift è stato presentato durante il recente salone Photokina, la più grande fiera mondiale di apparecchiature fotografiche e video. Ancora non è in commercio, ma dovrebbe essere disponibile entro la fine dell’anno, ad un costo (non esattamente a buon mercato) di 10000 euro.

La popolazione afghana schedata grazie ad uno scanner

settembre 27, 2010 Tecnologia Nessun Commento

Da mesi, le forze afghane, in collaborazione con quelle americane e della NATO, stanno usando in maniera intensiva degli scanner oculari per identificare e schedare non soltanto i prigionieri, ma anche il personale militare e delle forze di polizia, in modo da garantire (o negare) l’accesso a determinate zone mediante l’identificazione biometrica.

Il prossimo passo di questo progetto consiste nella schedatura di una larga parte della popolazione civile, e nell’emissione di oltre un milione e 600mila carte di identità biometriche (su circa 29 milioni di abitanti del paese) entro il prossimo mese di maggio. L’idea è quella di tenere sotto controllo i gruppi di talebani presenti nel paese, verificando non soltanto l’identità della persona da controllare, ma anche il passato, eventuali crimini pregressi e, soprattutto, i possibili collegamenti con combattenti nemici.

In questo modo, le forze dell’ordine afghane intendono prevenire eventuali infiltrazioni al loro interno da parte di Talebani e loro simpatizzanti, specialmente provenienti dall’estero. Il piano, che prevede anche una sorta di censimento di una parte della popolazione, presenta comunque i suoi ostacoli e difficoltà.

Ad esempio, il fatto che in Afghanistan sono presenti due simili progetti di identificazione biometrica, uno gestito dalle forze NATO (che già contiene i dati di oltre 400mila persone) e l’altro dal governo afghano, e i due sistemi utilizzati non sono compatibili e pertanto non riescono a dialogare l’uno con l’altro, limitandone l’utilità e l’efficienza.

Pertanto, una persona che nel sistema gestito dalle forze afghane risulta essere pulita, potrebbe non essere registrata nel database delle forze NATO, e magari rischiare l’arresto senza motivo.
La strada verso la completa affidabilità del sistema di identificazione biometrica è quindi ancora lunga, e riuscire a far comunicare i due diversi database è soltanto il primo passo.

Proteggere i robot antibomba dalle bombe: una buona idea?

settembre 27, 2010 Tecnologia Nessun Commento

L’uso sempre più intensivo, nelle zone di guerra, di costosissime apparecchiature tecnologiche per proteggere i soldati da eventuali minacce, quali ad esempio le bombe artigianali, porta ad un interessante paradosso. Infatti, la QinetiQ, produttrice di una serie di robot antibomba usati dall’esercito americano in Iraq ed Afghanistan, sta pensando di equipaggiare i propri robot della serie Talon con un jammer che impedisca l’utilizzo di eventuali sistemi di detonazione a distanza.

In tutto il mondo sono presenti circa 2800 di questi apparecchi radiocomandati, che vengono utilizzati per raccogliere e disattivare o detonare bombe mentre il personale militare che lo comanda si tiene a distanza di sicurezza. Molti di questi robots sono stati danneggiati, o irrimediabilmente distrutti, dall’esplosione delle bombe che stavano tentando di neutralizzare, e per i ribelli iracheni, lanciare razzi contro i robot antibomba significa privare i soldati americani della loro protezione antibomba.

Pertanto, proteggere questi robot sicuramente ha un senso in termini di sicurezza. Però, uno dei motivi principali per cui vengono utilizzati robot “sacrificabili” è il loro costo relativamente limitato (100mila dollari circa) e la possibilità di ripararli facilmente in caso di danni; inoltre, non sono dotati di alcun tipo di tecnologia segreta che potrebbe tornare utile ad eventuali nemici.

Al contrario, dotarli di ulteriori apparecchiature potrebbe avere come risultato quello di accrescere l’interesse dei ribelli non più (o non soltanto) nell’attacco ai soldati nemici, ma anche nella cattura di preziose apparecchiature tecnologiche.
Già in Afghanistan, i soldati americani si sono trovati più volte a dover combattere per recuperare i loro droni, esponendosi al pericolo proprio per salvare quelle apparecchiature tecnologiche che dovrebbero ridurre tale pericolo per i soldati.

Secondo la QinetiQ, comunque, l’uso dei jammers dovrebbe servire a proteggere non solo i robot, ma anche i soldati che li seguono per verificare che tutte le bombe siano state neutralizzate.

Il vostro cellulare diventa un antifurto

settembre 27, 2010 Tecnologia Nessun Commento

Nel mondo moderno, perdere i propri apprecchi elettronici può rappresentare una sorta di tragedia, specialmente se sugli stessi abbiamo salvato informazioni sensibili che potrebbero esporci al rischio di furti d’identità, di accesso non autorizzato ai nostri conti bancari e così via.

Ora, grazie ad un comodo sistema antifurto da collegare al nostro telefono cellulare, è possibile proteggere i nostri oggetti di valore.
Il sistema antifurto Blue Watchdog è composto da un piccolo trasmettitore, dalle dimensioni simili a quelle di una carta di credito e pesante soltanto 20 grammi.

Il trasmettitore può essere collegato tramite Bluetooth al proprio telefono cellulare, e una volta effettuato il collegamento, lasciato all’interno della borsa che contenga, ad esempio, le chiavi di casa, il portafoglio con le carte di credito o anche il computer portatile.

A questo punto, tenendo il proprio telefono cellulare in tasca, e con il Blue Watchdog collegato, non appena la distanza tra quest’ultimo ed il vostro cellulare supera un limite prestabilito (tra 1 e 30 metri), esso vi avviserà prontamente, dando l’allarme sul cellulare o suonando una sirena a 100 decibel di volume, abbastanza forte da sventare un tentativo di furto.

La batteria ricaricabile incorporata garantisce un funzionamento per 5 giorni senza interruzione. L’unico problema potrebbe essere rappresentato dalla possibile perdita di collegamento Bluetooth tra Blue Watchdog ed il vostro cellulare, che potrebbe far partire l’allarme nel momento meno indicato, oppure da eventuali distrazioni, ad esempio lasciando il cellulare nel bagaglio da imbarcare in aereo e tenendo il sensore con sé, che inizierebbe a suonare nel bel mezzo di un aeroporto.

Oppure immaginate di subire uno scippo, e mentre la refurtiva si allontana dal vostro sensore, l’allarme suona, e dovrete spiegare alla polizia che il ladro non siete voi…

Microregistratori digitali, per agenti segreti e non solo

settembre 26, 2010 Tecnologia 1 Commento

Fino a pochi anni fa, l’uomo comune poteva a ragione pensare che i registratori in miniatura fossero soltanto appannaggio di agenti segreti o spie, che li usavano per raccogliere prove contro i propri nemici o per incastrare criminali; al limite, li si poteva vedere in mano a giornalisti d’assalto impegnati in un’intervista.

Il crescente sviluppo della tecnologia digitale, le dimensioni sempre più ridotte delle apparecchiature tecnologiche del ventunesimo secolo (dai telefoni cellulari sempre più piccoli, ai lettori MP3 che hanno preso il posto dei vecchi Walkman, fino alle telecamere digitali ed altro ancora), ed il costo sempre più accessibile, sono fattori che hanno contribuito in maniera determinante alla diffusione su larga scala di strumenti che fino a pochi anni fa sembravano riservati soltanto ad un pubblico d’élite, o comunque a chi avesse una certa disponibilità finanziaria.

Al giorno d’oggi invece, per poche centinaia di euro o anche meno, ognuno di noi può munirsi di una dotazione tecnologica che farebbe invidia a James Bond e ai gadgets che il protagonista dei romanzi di ian Fleming sfoggiava nei suoi vecchi film. Ad esempio, i microregistratori digitali sono usciti ormai da tempo dal grande schermo, per entrare di prepotenza nella vita di tutti i giorni, nelle situazioni più disparate che fino a pochi anni fa nemmeno la fervida fantasia di uno scrittore di spionaggio avrebbe potuto immaginare.

Ne esistono di vari tipi, che possono ad esempio essere nascosti all’interno di oggetti di uso comune. Quindi, quello che ad una prima occhiata superficiale sembra un normale portachiavi, o una penna stilografica, oppure una chiavetta USB, in realtà potrebbe nascondere un microscopico apparecchio di registrazione con un sensibilissimo microfono, in grado di captare ore ed ore di conversazioni attorno a sé e di registrarle all’interno di una altrettanto piccola scheda di memoria, tramite la quale scaricare comodamente il tutto su un computer grazie alla presa USB.

Grazie alle dimensioni ridotte ed all’estrema semplicità di uso, i moderni registratori in miniatura sono diventati sempre più diffusi, non più e non soltanto tra agenti segreti od investigatori privati, ma anche presso il grande pubblico che li usa nelle maniere più svariate. Ad esempio, durante una importante riunione, se si prendessero appunti si potrebbe perdere di vista qualche dettaglio, mentre usando un microregistratore si potrà comodamente riascoltare in seguito il contenuto del discorso, analizzandone anche le sfumature.

Allo stesso modo, uno studente durante una lezione potrebbe registrare i propri professori e ripassare comodamente a casa, oppure chi è bloccato nel traffico e deve preparare un discorso o una presentazione, può prendere delle note audio “al volo”, per poi lavorarci sopra con calma una volta giunto in ufficio.

A seconda delle esigenze e della destinazione d’uso, esistono microregistratori digitali per tutti i gusti e tutte le tasche, con caratteristiche e forme diverse per un uso nascosto o visibile, con capacità diverse che permettono la registrazione da un minimo di 3 ore fino ad un massimo di 1200 ore di conversazioni, intercettazioni ambientali, note ed altro ancora.
Ognuno può trovare il registratore in miniatura che consenta un utilizzo adatto alle proprie esigenze e, perché no, anche una spesa commisurata al proprio budget.

Per ottenere maggiori informazioni sui vari modelli di microregistratori disponibili e sulle loro caratteristiche, nonché su una serie di articoli per la raccolta di informazioni in maniera discreta, vi consigliamo di visitare il sito di Endoacustica, dove potrete contattare i nostri esperti e ricevere consigli sui modelli adatti alle vostre esigenze.

Nuove immagini del Titanic grazie ad un robot subacqueo

settembre 26, 2010 Tecnologia Nessun Commento

Pochi giorni fa è stata portata a termine una nuova spedizione fotografica sul sito dell’affondamento del Titanic, che ha prodotto una serie di immagini ad alta definizione e tridimensionali migliori di qualsiasi altra immagine ottenuta finora del transatlantico affondato.

Per compiere tale operazione, il gruppo di esplorazione si è avvalso di strumenti tecnologici di ultimissima generazione, quali una serie di apparecchiature di scansione sonar digitale, montate su un robot subacqueo, il Remora ROV (Remotely Operated Vehicle) prodotto dalla Phoenix International.

I dati raccolti da questo sonar vengono combinati con le immagini ottiche ad alta definizione, per creare un’immagine tridimensionale del relitto. Tale immagine è stata poi combinata con il profilo del fondale, raccolto da una serie di AUV (Autonomous Underwater Vehicles), ossia di droni subacquei in grado di muoversi senza controllo umano e di raccogliere dati grazie alle proprie apparecchiature di rilevazione e ai transponders acustici che li tengono in comunicazione tra loro.

La spedizione di raccolta immagini, interrotta temporaneamente a causa dell’avvicinarsi dell’uragano Igor, riprenderà al più presto per continuare a raccogliere dati ed informazioni sul Titanic, in previsione del centenario dell’affondamento, che cadrà nel 2012.

Riguardo l’affondamento, è da segnalare una nuova teoria, secondo la quale a causare l’impatto con l’iceberg sarebbe stata l’errata interpretazione di un comando di virata, da eseguirsi con il timone piuttosto che con la barra. Infatti, per eseguire la stessa manovra usando uno dei due sistemi, bisogna girare la ruota a destra, mentre con l’altro bisogna girarla verso sinistra.

L’errata applicazione di uno dei sistemi di virata avrebbe pertanto portato il Titanic nella direzione sbagliata, ossia dritto contro l’iceberg che ne ha causato l’affondamento. Molto probabilmente la verità su quella notte non la sapremo mai, ma intanto possiamo goderci queste nuove immagini.

Batterie organiche per una vita quasi illimitata

settembre 26, 2010 Tecnologia Nessun Commento

Per quelli tra noi che vorrebbero che la batteria del proprio cellulare durasse più a lungo, specialmente se si tratta di possessori di uno smartphone, che sanno che questo tipo di cellulari è famoso per la durata piuttosto breve di una singola ricarica della sua batteria, la soluzione potrebbe arrivare dal Texas.

Infatti, un gruppo di ricercatori della University of Texas di Austin sta lavorando ad un progetto di sviluppo di una serie di batterie organiche.
Attualmente siamo soltanto alle fasi iniziali, ma l’idea è quella di sfruttare una sorta di fotosintesi artificiale che potrebbe essere alla base di uno scambio di energia quasi illimitato.

Secondo un articolo apparso sulla rivista Science, i ricercatori texani hanno trovato il modo di creare in maniera artificiale uno scambio di elettroni a livello molecolare, che avvenga in entrambe le direzioni tra due molecole, e che, se sfruttato opportunamente, potrebbe aprire la strada ad innovazioni storiche nel campo delle batterie, un campo che storicamente non presenta molti cambiamenti.

Una volta sviluppato e stabilizzato tale processo, la sfida sarà quella di farlo avvenire in maniera condensata, all’interno di una vera e propria batteria organica, che potrebbe divenire la forma di alimentazione del futuro non soltanto per i cellulari, ma anche per una serie di apparecchiature elettroniche in miniatura che potrebbero certamente beneficiarne.

Ad esempio, anche nel campo della sicurezza e sorveglianza, la durata delle operazioni di raccolta di informazioni tramite intercettazioni ambientali potrebbe essere sensibilmente allungata utilizzando microspie o registratori in miniatura che possano funzionare per mesi e mesi in maniera ininterrotta.

Questa novità comunque potrebbe richiedere anni ed anni prima di essere disponibile sul mercato, pertanto non resta che aspettare fiduciosi eventuali nuovi sviluppi.

Un sistema CCTV che funziona come l’occhio umano

settembre 26, 2010 Tecnologia Nessun Commento

Gli operatori della sicurezza sanno bene che, quando si utilizzano dei sistemi di ripresa a circuito chiuso per monitorare un ambiente popolato ad alta densità, quale ad esempio uno stadio pieno di gente, può essere assai difficile individuare movimenti sospetti che possano mettere a repentaglio la sicurezza degli altri spettatori, quali ad esempio le prime avvisaglie di una rissa o addirittura un potenziale attacco terroristico.

Per riuscire a migliorare l’efficienza in situazioni del genere, i ricercatori tedeschi del Fraunhofer Institute stanno lavorando su un sistema, da applicare alle telecamere a circuito chiuso. Tale progetto di ricerca è inserito all’interno di un programma a livello europeo, chiamato SEARISE (Smart Eyes: Attending and Recognizing Instances of Salient Events), mirato a mantenere la sicurezza in situazioni del genere.

Il sistema Smart Eyes consiste di una telecamera fissa, due telecamere mobili stereo, e soprattutto di un software basato sulle capacità di analisi visiva del cervello umano. Il sistema analizza la media dei movimenti per ogni pixel ripreso dalla telecamera fissa, ed aggiunge questa analisi ad un database che usa per stabilire dei modelli tipici di movimento, che includono ad esempio anche le bandiere agitate all’interno di uno stadio.

A questo punto, Smart Eyes è in grado di notare eventuali movimenti atipici da parte dei pixels, e il sistema viene avvisato che sta accadendo qualcosa di non normale. Quindi, le telecamere mobili vengono immediatamente usate per zoomare sulla zona di interesse, e l’operatore può determinare se è il caso o meno di dare l’allarme.

La superiorità di Smart Eyes rispetto all’occhio umano risiede nel fatto che questo sistema è in grado di monitorare un’area più ampia rispetto a quello che potremmo fare noi, e che ovviamente,trattandosi di un software, non è soggetto a stanchezza, distrazioni o all’accecamento temporaneo causato dai riflettori o dalla luce solare.

Una jeep radiocomandata alleggerisce le lunghe marce

settembre 26, 2010 Tecnologia Nessun Commento

La notizia che il DARPA, in collaborazione con la Virginia Tech University, sta progettando dei veicoli radiocomandati in grado di trasportare carichi pesanti in zone dalla morfologia accidentata non è nuova e risale ad alcuni mesi fa. Il veicolo GUSS (Ground Manned Support Surrogate) è in pratica una piccola jeep radiocomandata.

Tale jeep è dotata di sistema di posizionamento GPS, telecamere ed una serie di sensori che gli permettono di funzionare sia sotto controllo umano tramite un telecomando che somiglia a quello di una console per videogiochi, sia in maniera completamente autonoma: una volta inserita la destinazione ed il percorso, GUSS mette in funzione il proprio navigatore GPS ed i sensori di bordo, e rileva eventuali ostacoli sulla sua strada, evitandoli di conseguenza, e riuscendo a portare a destinazione il proprio carico di artiglieria o equipaggiamenti pesanti.

Ora, il progetto sembra però ad un punto morto, in quanto GUSS ha comunque una serie di difetti di difficile risoluzione. Ad esempio, basta sollevare una nube di polvere davanti alla sua telecamera per mandarlo in crisi, in quanto GUSS sembra non essere in grado di distinguerla da un muro, e tende a fermarsi come se la strada fosse bloccata.

In luoghi come l’Afghanistan, dove le strade non polverose sono una rarissima eccezione, questo può rappresentare un serio problema per l’efficienza di questo veicolo. In ogni caso, il problema si presenta solamente quando GUSS viaggia in modalità completamente autonoma, mentre quando viene comandato a distanza da un operatore, la capacità di analisi umana viene in soccorso e risolve immediatamente il problema.

I ricercatori sono comunque al lavoro per risolvere il problema anche quando GUSS funziona in maniera autonoma, per aumentarne l’affidabilità e l’efficienza.

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