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Un software per scoprire dove è stata scattata una foto

dicembre 23, 2010 Tecnologia Nessun Commento

I videogiochi sono da tempo visti come portatori di un effetto potenzialmente mortale sulle culture occidentali, istupidendo i i bambini con immagini ripetitive ad alta velocità. Ora, la Northeastern University utilizza le GPU (Graphics Processing Units) alla base della maggior parte dei comuni videogiochi per aiutare a salvare il mondo.

Attualmente, ci sono due grandi produttori di GPU commerciali, AMD e NVIDIA. Entrambi hanno contribuito in maniera significativa per l’evoluzione della tecnologia grafica come parte integrante di qualsiasi sistema informatico, e progettato modi innovativi per visualizzare forme e strutture, creando scene coinvolgenti e interattive su diverse piattaforme di gioco.

In uno sforzo congiunto tra la Northeastern University e la University of Virginia, questa tecnologia GPU viene ora applicata al mondo reale per il riconoscimento fotografico. L’idea è che grazie alla loro potenza di elaborazione, le GPU hanno una capacità di scansione e comparazione di fotografie ben più veloce di qualsiasi altra tecnologia sul mercato.

Teoricamente, un utente può caricare una foto su Google Earth senza alcuna descrizione, ed in pochi minuti l’applicazione userà la GPU per determinare esattamente dove la foto stessa è stata scattata.

La speranza è che, ad esempio, si verifichi una situazione in cui un terrorista che tenga un ostaggio dovesse scegliere di caricare una foto del loro prigioniero e del luogo dove lo stesso viene nascosto; a quel punto l’applicazione sarà in grado di determinare rapidamente e con esattezza il luogo dove la foto è stata scattata, senza bisogno di informazioni aggiuntive.

Questo sistema di riconoscimento fotografico potrebbe essere estremamente utile per la lotta a simili atti terroristici e non soltanto.

Ovviamente, la risposta più semplice per i terroristi sarà quella di smettere di inviare fotografie, o di scattarne in ambienti chiusi, ma sicuramente l’idea sviluppata dalla Northeastern University ha un grande potenziale.

Telecamere mimetiche ad alta definizione

dicembre 22, 2010 Tecnologia Nessun Commento

La Midland Radio ha annunciato l’uscita di due nuovi modelli nella sua linea di videocamere XTC di tipo actioncam. Questi modelli di XTC, così come la precedente XTC100, sono dotate di un piccolo telaio robusto che può essere montato su un casco, una cinghia per occhiali, il manubrio di una bicicletta, o dovunque sia possibile usarle per catturare immagini estreme.

La versione XTC200 gira filmati HD con una risoluzione di 720p, mentre il modello XTC300 raggiunge i 1080p, in confronto ai 480p del precedente XTC100. Tutte e tre le unità pesano meno di 100 grammi, e dispongono di un unico pulsante per accensione e registrazione.

Per evidenziarne la vocazione all’avventura, Midland Radio offre anche delle versioni con decorazioni mimetiche, perfette per essere usate durante battute di caccia, gare di paintball e altre attività all’aperto, ad esempio anche per la ricognizione e sorveglianza discreta.

Ogni actioncam XTC è munita di tracolla, occhiali di protezione, manubrio e supporti universali. Le videocamere XTC non sono impermeabili all’acqua, ma è disponibile un involucro protettivo, all’interno del quale possono essere posizionate per usarle in immersione.

L’alimentazione viene fornita da batterie ricaricabili al litio incorporate, e le registrazioni effettuate vengono memorizzate su schede di memoria intercambiabili di tipo Micro SD. Grazie alla porta USB, i filmati possono essere facilmente riversati su computer per poter essere visualizzati.

Nonostante queste telecamere ad alta definizione prodotte da Midland Radio non abbiano una dotazione tecnologica particolarmente impressionante o prestazioni stupefacenti, sono comunque dei prodotti che sicuramente renderanno felici gli amanti degli sport estremi grazie alla loro semplicità d’uso e resistenza agli urti, e al costo piuttosto contenuto: nonostante non sia ancora stato reso ufficiale sul sito del produttore, il prezzo di queste telecamere dovrebbe aggirarsi intorno ai 300 dollari.

Un UAV per la ricerca polare, e non solo

dicembre 22, 2010 Tecnologia Nessun Commento

La regione artica sta attualmente attraversando una tendenza al riscaldamento, che causa rotture nella calotta di ghiaccio, la quale potrebbe anche sparire completamente durante i mesi estivi. Molti scienziati attribuiscono la causa di questa tendenza al riscaldamento globale causato dalle attivita’ umane, ma qualunque sia la causa, non è una buona notizia per la fauna marina, ad esempio per le foche, che usano le lastre di ghiaccio per sfuggire ai predatori marini, ma anche per riposarsi e per mettere al mondo i loro piccoli. Nel tentativo di comprendere l’intera portata della situazione, gli scienziati hanno adottato lo Scan Eagle, un veicolo aereo senza equipaggio progettato da Boeing e generalmente utilizzato per la ricognizione di obiettivi militari.

Il progetto di ricerca è guidato dal Cooperative Institute for Research in Environmental Sciences (CIRES), che usa lo Scan Eagle per compiere operazioni di ricognizione aerea del ghiaccio nel mare di Bering.

Lanciato da una nave di ricerca, lo Scan Eagle ha compiuto una serie di voli di durata variabile tra 2 e 8 ore, ad altezze comprese tra 100 e 300 metri sopra la superficie dell’acqua, raccogliendo una serie di fotografie, che sono state passate agli analisti per valutare la presenza ed il numero di foche, ed il tipo di ghiaccio su cui esse preferiscono alloggiare, in modo da poter poi seguire le evoluzioni della calotta glaciale per vedere se quel particolare tipo di ghiaccio resiste allo scioglimento estivo.

Questo lavoro di analisi iene compiuto tramite un particolare software che rileva automaticamente la presenza di foche nelle immagini, aiutando anche ad identificarne le specie; una versione futura potrebbe essere usata per lo stesso scopo sugli orsi polari. Grazie a questo software e all’utilizzo della fotografia aerea, gli scienziati avranno a disposizione un prezioso alleato per monitorare le popolazioni di animali marini e terrestri in maniera efficiente e rapida.

Intercettare tutti i cellulari intorno a sé

dicembre 8, 2010 Tecnologia Nessun Commento

Per sfuggire alle forze dell’ordine, criminali di ogni tipo cambiano spesso apparecchio telefonico e scheda SIM, convinti che possa bastare per essere protetti dalle intercettazioni telefoniche.
Fortunatamente per la nostra sicurezza, però, questo non è vero, specialmente se la polizia o la Guardia di Finanza sono dotate di adeguate apparecchiature di intercettazione cellulari, quali ad esempio il GSM Interceptor.

Come dice il nome stesso, GSM Interceptor è in grado di captare tutte le comunicazioni cellulari intorno a sè. All’interno di un raggio compreso tra i 350 ed i 500 metri, il GSM Interceptor, contenuto in una valigia e delle dimensioni di un normale computer portatile, può ascoltare fino a 200 telefonate allo stesso tempo.

Questo viene ottenuto perchè, in poche parole, il sistema si autentica presso la cella che gestisce le comunicazioni telefoniche come se fosse un normale cellulare. Una volta entrato nella rete, agisce sulla codifica di criptaggio e si “sostituisce” alla cella stessa, così che gli altri cellulari presenti in zona inviino le proprie comunicazioni prima all’Interceptor e poi alla cella. In questo modo, l’Interceptor ascolta tutte le telefonate nella sua zona di copertura.

Una volta intercettato il telefono della persona cercata, il sistema ne rileva i numeri identificativi (non soltanto il numero telefonico, ma anche i codici IMEI ed IMSI) che vengono memorizzati per meglio localizzarlo in futuro, ed il gioco è fatto.

Ovviamente, data la natura sensibile di un articolo del genere, si tratta di un oggetto di sclusiva competenza delle forze dell’ordine o di agenzie governative.
Per conoscere in maggiore dettaglio il funzionamento di questo avanzatissimo sistema di intercettazione telefonica, vi consigliamo di visitare il sito di Endoacustica, uno dei maggiori esperti nel settore della sorveglianza audio e video.

Dopo gli aerei, arrivano le navi spaziali senza pilota

dicembre 8, 2010 Tecnologia Nessun Commento

Fino ad ora l’unico veicolo spaziale in grado di tornare sulla Terra, sia pure in maniera controllata, era lo Space Shuttle. In previsione del suo pensionamento il prossimo anno, US Air Force ha sviluppato il programma Boeing X-37, una serie di navette spaziali senza pilota riutilizzabili di nuova generazione. Nello scorso aprile, l’X-37B Orbital Test Vehicle (OTV) è stato lanciato da Cape Canaveral, per rientrare a terra pochi giorni fa, dopo oltre 220 giorni nello spazio, in maniera del tutto autonoma.

Gli obiettivi del progetto X-37B includono l’esplorazione spaziale, la riduzione dei rischi, e lo sviluppo concettuale di tecnologie spaziali riutilizzabili in missioni successive. Il veicolo è progettato per operare in orbita bassa, fino a 800 km di altezza e 28000 chilometri orari di velocità. Nonostante la sua riconoscibile somiglianza con lo Shuttle, l’X-37B è grande solo un quarto rispetto al suo predecessore, econ un peso inferiore grazie all’uso di strutture più leggere e di una nuova generazione di piastrelle molto più resistenti e durevoli rispetto a quelle utilizzate dallo Space Shuttle.

A bordo l’X-37B non ci sono parti idrauliche, con comandi di volo e freni ad azionamento elettromeccanico. Inoltre, tutti i componenti sono stati progettati per automatizzare tutte le funzioni dell’uscita dall’orbita e dell’atterraggio. Il successo della missione inaugurale dimostra che i veicoli spaziali senza equipaggio possono essere inviati in orbita e recuperati in modo sicuro. La lunga durata del volo di prova ha permesso di verificare la resistenza a lunghe operazioni e di comprendere gli effetti a lungo termine su tutti i componenti del sistema, per studiarne meglio la struttura e i possibili carichi futuri.

Questo passo potrebbe segnare l’inizio di una nuova era nell’esplorazione dello spazio, che già con il lancio del secondo veicolo nel 2011 potrebbe ricevere una significativa spinta in avanti.

L’UAV Phantom Ray completa le prove taxi a bassa velocità

dicembre 8, 2010 Tecnologia Nessun Commento

Boeing ha raggiunto un traguardo importante nello sviluppo del suo veicolo senza pilota (UAV, Unmanned Aerial Vehiele) Phantom Ray nello scorso mese di novembre, quando ha completato con successo i test di taxi a bassa velocità su una pista del Lambert International Airport di St. Louis, Missouri.

Secondo fonti della Boeing, il Phantom Ray ha passato senza problemi i test di comunicazione con la stazione di controllo a terra, ha ricevuto ed elaborato gli ordini operativi ed ha percorso più volte la pista avanti e indietro, consentendo ai ricercatori di valutare i suoi risultati e di monitorare il funzionamento dei suoi avanzati sistemi di bordo.

Il progetto Phantom Ray è basato su conoscenze acquisite nel precedente progetto X-45, accantonato non prima di aver compiuto oltre 60 voli tra il 2002 e il 2005. Tale progetto aveva comunque raggiunto alcuni importanti risultati, ad esempio la prima dimostrazione dell’uso di armi di precisione da parte di un sistema di combattimento senza equipaggio, e il primo volo di più veicoli aerei senza pilota allo stesso tempo, controllati da un solo pilota da terra mediantecontrollo radio. Phantom Ray è derivato dal modello X-45C, delle dimensioni di un aereo da combattimento, che però non ha mai visto la luce.

Il nuovo UAV sarà trasportato alla base di Edwards in California, a bordo di un Boeing 747 Shuttle Carrier. Una volta a Edwards, verrà sottoposto a test di taxi ad alta velocità, prima di prendere finalmente il volo. Le prove in aria dovrebbero durare circa sei mesi.

Phantom Ray è stato progettato per una serie di missioni, quali adesempio la raccolta diinformazioni e dati, sorveglianza e ricognizione, soppressione delle difese aeree nemiche, attacco elettronico, ma anche per missioni armate e per il rifornimento in volo di aerei militari. Le prove di St. Louis sono state le primi ad essere condotte su questo UAV dall’apertura ufficiale del progetto nel maggio scorso.

BEAR, robot da soccorso per soldati feriti e non solo

novembre 25, 2010 Tecnologia Nessun Commento

I ricercatori dell’esercito USA sono al lavoro per testare un nuovo robot, progettato dalla Vecna Robotics, che verrebbe usato per recuperare e mettere in salvo i soldati feriti durante un combattimento. Il robot, chiamato BEAR (Battlefield Extraction Assist Robot), può individuare un soldato in difficoltà grazie ai suoi sensori e alle sue telecamere.

BEAR è comandato a distanza tramite uno speciale guanto che consente di usare dei semplici gesti delle mani per manovrarlo, avvicinarsi al soldato ferito, raccoglierlo da terra e portarlo al più presto verso il più vicino punto di assistenza medica.

Il robot da soccorso può trasportare un carico di circa 230 chilogrammi, sollevandolo delicatamente grazie alle sue “braccia” idrauliche. Con la sua altezza di circa 1.80 m, poi, BEAR può anche ispezionare le zone al di là di un muro, oppure posizionare il suo carico in alto. Le braccia sono dotate di “mani” in grado di svolgere lavori delicati, assicurando pertanto che un soldato ferito non venga mosso in maniera brusca.

Inoltre, grazie a queste caratteristiche, BEAR può essere usato non soltanto per operazioni di soccorso, ma anche per operazioni di sorveglianza e ricognizione, per trasportare esplosivi o materiali pericolosi che devono essere maneggiati con cura, oppure per ispezionare dei pacchi che potrebbero nascondere una bomba, per disinnescare una mina, il tutto senza mettere a rischio vite umane.

I test simulati su BEAR sono in corso da circa un anno, e comprendono anche lo sviluppo di un nuovo iGlove, il guanto usato per controllarlo, che permetterà una maggior precisione nel controllo e la possibilità di inviare istruzioni avanzate, come ad esempio nel caso del disinnesco di una bomba. Inoltre, il BEAR del futuro compirà varie operazioni in maniera autonoma, senza intervento umano.

Per svago, per lavoro e non solo: microregistratori digitali

novembre 24, 2010 Tecnologia Nessun Commento

Fino a pochi anni fa, gli unici ad usare un registratore audio in miniatura, di quelli con audiocassette micro, erano i giornalisti, e molte volte capitava di vederne uno soltanto in televisione, durante un’intervista al politico o al calciatore di turno.

Al giorno d’oggi, non solo le cassette audio, ma anche il compact disc, sono supporti audio ormai obsoleti, soppiantati dai supporti digitali e da schede di memoria dalla capacità infinitamente superiore e dalle dimensioni ridottissime.
Grazie a questo, il mondo della registrazione audio come lo conosciamo oggi è completamente diverso rispetto a pochi anni fa.

Ora, grazie ad apparecchiature piccolissime ma altamente potenti e al tempo stesso flessibili e molto semplici da usare, a munirsi di un microregistratore digitale non sono più soltanto giornalisti d’assalto, ma molte altre categorie professionali: funzionari che vogliano usarlo per registrare una importante riunione in ufficio; studenti che possono prendere appunti in formato audio o più semplicemente registrare il proprio professore mentre tiene una lezione; investigatori privati o poliziotti, che grazie ad un registratore digitale dalle dimensioni microscopiche, sono in grado di raccogliere prove contro un criminale o un marito infedele, ed usarle come prove inconfutabili di fronte a un tribunale.

Questi ovviamente sono soltanto alcuni esempi, ma il succo della questione è che la tecnologia digitale del ventunesimo secolo è ormai presente in moltissimi campi, e se usata nella maniera giusta, può rivelarsi utilissima sul nostro lavoro, ma anche più semplicemente nelle occasioni di svago.

Per scoprire i vari modelli di microregistratori digitali disponibili sul mercato, e le loro diverse caratteristiche che li rendono adatti ad un uso professionale, di svago o per investigazioni e sorveglianza, vi consigliamo di visitare il sito di Endoacustica per trovare il modello giusto per voi.

Un nuovo elmetto per proteggere i volti dei soldati USA

novembre 24, 2010 Tecnologia Nessun Commento

Per i soldati americani al fronte in zone di guerra, il pericolo è sempre dietro l’angolo, sotto forma di bombe artigianali, imboscate o cecchini. L’effetto più frequente di tali minacce è rappresentato dalle ferite subite dai soldati, e tra le ferite, le più rischiose sono quelle non visibili, ossia quelle causate da traumi cranici o concussioni.

I moderni elmetti forniscono una adeguata protezione alla scatola cranica, ma per proteggere la testa, spesso si dimentica di proteggere anche il volto. Per ovviare a tale lacuna, dei ricercatori del Massachusetts Institute of Technology sono al lavoro per creare una sorta di visiera da applicare agli elmetti, che aumentando la protezione per il volto di chi la usa possa allo stesso modo ridurre anche il rischio di traumi cranici.

Questa sorta di visiera per elmetto, sviluppata dal dipartimento di Astronautica ed Aeronautica, analizzando mediante simulazioni al computer le differenti conseguenze sulla scatola cranica dei soldati causate dall’esposizione ad esplosioni senza elmetto, con un elmetto di tipo ACH (Advanced Combat Helmet) e con uno dotato di una visiera in policarbonato trasparente. In quest’ultimo caso, lo shock a livello cerebrale era significativamente inferiore.

Finora, il test è stato condotto usando soltanto uno scenario, ovvero quello che prevede un’esplosione frontale. In futuro, verranno compiuti altri esperimenti simulando esplosioni di diversa intensità, distanza e angolazione, in modo da misurare le conseguenze, ad esempio, anche nella zona dorsale, e trovare il modo di offrire una adeguata protezione anche a tale parte del corpo.

Ovviamente, il tutto ancora si trova nella fase di progettazione, e la visiera non è ancora entrata in produzione. I soldati americani al fronte attendono con ansia il giorno in cui potranno usarla per proteggere anche il loro viso da minacce nemiche.

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Un microregistratore da 600 ore in soli 4 millimetri

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