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Chips a prova di falsificazione, grazie alle impronte digitali

febbraio 12, 2011 Tecnologia Nessun Commento

Come ogni lettore di romanzi gialli sa benissimo, non esistono due impronte uguali. Allo stesso modo, i microchip hanno uns truttura fisica unica, che potrebbe aiutare i produttori a proteggere i loro prodotti dalla pirateria, grazie ad una ricerca condotta dal Fraunhofer Institute for Secure Information Technology. Il team dell’istituto tedesco ha sviluppato una tecnologia che usa le infinitesimali variazioni che si verificano durante la produzione per creare delle impronte digitali uniche e a prova di clonazione.

Secondo la Federazione tedesca di Ingegneria, il settore dell’ingegneria meccanica in Germania ha avuto un costo fi oltre 6 miliardi di euro nel 2010 a causa di prodotti contraffatti, che non soltanto causano perdite nei produttori di materiali originali, ma possono mettere vite umane in pericolo.

I ricercatori del Fraunhofer Institut di Monaco di Baviera, hanno dimostrato che i componenti elettronici o microchip possono essere resi a prova di contraffazione usando le cosiddette caratteristiche fisiche non clonabili (PUF, Physical Unclonable Functions). Delle piccolissime variazioni di spessore, lunghezza o densità che si verificano durante la fabbricazione dei componenti, ma che non influiscono sulla funzionalità, possono essere usate per generare una chiave univoca di identificazione digitale.

I ricercatori hanno sviluppato un prototipo di circuito di misurazione utilizzando un oscillatore ad anello, che genera un segnale caratteristico il quale permette di definire con precisione le proprietà dei materiali. Tali proprietà vengono poi lette da speciali circuiti elettronici che generano la specifica chiave di codifica per ogni specifico componente.

A differenza dei normali processi di crittografia, la chiave digitale non è memorizzata nel dispositivo stess, e quindi non può essere scoperta mediante l’uso di microscopi a scansione elettronica, fasci di ioni focalizzati o laser. Qualsiasi tentativo di attaccare il chip ne comporterebbe l’alterazione o distruzione della struttura fisica, rendendo impossibile la produzione di un clone funzionante.

Anche un vecchio cellulare può rivelare i suoi segreti

febbraio 2, 2011 Tecnologia 2 Commenti

Come abbiamo visto nel recente caso di cronaca riguardante Sarah Scazzi, la ragazza scomparsa e poi ritrovata uccisa nelle campagne pugliesi, spesso un telefono cellulare può nascondere importanti indizi e prove che possono indirizzare in maniera definitiva le indagini delle forze dell’ordine.

Infatti, anche se il telefono è rovinato in maniera apparentemente irrimediabile, i dati contenuti al suo interno sono ancora leggibili ed accessibili, non solo quelli memorizzati, ma anche quelli cancellati, quali numeri di telefono eliminiati, chiamate perse ed effettuate, vecchi messaggi SMS che si pensava di aver eliminato dalla memoria del proprio telefono.

Questo è reso possibile da una piccola apparecchiatura di estrazione dati, che nonostante le dimensioni assai ridotte, è un potentissimo sistema di analisi in grado di coadiuvare le indagini, fornendo prove indispensabili per la risoluzione di casi complicati.

Grazie ad esso, è possibile non soltanto recuperare tutti i dati relativi all’attività del telefono in questione, anche in tempi remoti, ma anche estrarre i files contenuti nella memoria, e soprattutto, se il telefono o alcuni archivi in esso contenuti sono protetti da password, decodificare tali password in modo da consentire agli investigatori di accedere ai più profondi segreti che il telefono può rivelare: non soltanto chiamate e messaggi vecchi e nuovi, ma anche immagini, filmati video e files audio, anche quelli precedentemente cancellati.

Questo analizzatore ed estrattore di dati è compatibile con quasi tutti i telefoni cellulari attualmente presenti sul mercato, nonché con telefoni di tipo smartphone e PDA, qualsiasi sia il sistema operativo utilizzato (da Symbian ad Android, dall’iPhone al BlackBerry o ai cellulari che usano Windows Mobile), e con qualsiasi operatore telefonico nella maggior parte dei paesi.

Per maggiori dettagli su come funziona l’analizzatore di cellulari, e su come può aiutarvi nelle vostre ricerche, potete visitare il sito di Endoacustica.

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Rilevare le impronte digitali sui vestiti, ora si può

febbraio 2, 2011 Tecnologia Nessun Commento

Una ricerca condotta dalla Abertay University di Dundee in collaborazione con la Polizia scozzese ha fornito risultati incoraggianti in merito alla possibilità di rilevare le impronte digitali non soltanto su superfici lisce, quali ad esempio vetro o plastica, ma anche dai tessuti. Tale ricerca usa una tecnica che è un perfezionamento di quella attualmente usata su superfici lisce, per creare una sorta di negativo fotografico dell’impronta lasciata sul tessuto da parte del sospettato.

Attualmente tale tecnica è in corso di miglioramento e fornisce risultati altalenanti, ma da quanto visto finora, potrebbe sicuramente rivelarsi utilissima per gli investigatori alla ricerca di prove.
Il tessuto da esaminare viene posto in una sorta di incubatrice, e ricoperto di una sottilissima patina di oro evaporato, seguita da una di zinco. Lo zinco si deposita sullo strato di oro nei punto in cui il tessuto non presenta impronte digitali, lasciando queste ultime visibili e creando una sorta di negativo.

Tale tecnica rappresenta un perfezionamento di quella usata da oltre 30 anni per individuare la presenza di impronte digitali su plastica, vetro o altre superfici lisce, e che finora si pensava non potesse essere usata su superfici di questo genere. La sfida che si presenta ai ricercatori è ora quella di svilupparla ed affinarla ulteriormente, per renderla affidabile al 100%.

Infatti, attualmente la percentuale di successo si aggira intorno al 20%, un fattore influenzato anche dal tipo di pelle della persona che lascia impronte. Infatti, ad esempio, chi possiede una pelle particolarmente secca non lascia praticamente impronte sul tessuto, ma con il miglioramento della tecnica di rilevamento, si potrebbe individuare il DNA o la forma della mano del sospetto, anche in assenza di impronte digitali leggibili, aiutando a determinare ad esempio se una persona è caduta o è stata spinta da un balcone o da un dirupo.

Un laser all’ossigeno per rilevare esplosivi a distanza

febbraio 1, 2011 Tecnologia Nessun Commento

Un gruppo di ingegneri della Princeton University ha sviluppato un nuovo sensore laser che sarà in grado di rilevare a distanza la presenza di agenti inquinanti, esplosivi e gas pericolosi.
A differenza delle attuali tecniche di rilevamento a distanza tramite raggio laser, questo sistema si basa non sulla riflessione del raggio originario, ma sulla creazione di un nuovo raggio grazie agli elettroni di atomi di ossigeno.

Grazie a questo raggio, prontamente ribattezzato Air Laserviene sparato nell’aria, e dall’aria stessa viene riflesso e rinviato al proiettore che lo genera, con una potenza di rilevamento altamente superiore a quella dei sistemi preesistenti.

Il raggio di ritorno interagisce con le molecole presenti nell’aria circostante, e ne porta le “impronte digitali” che consentono al sensore di leggere la presenza di eventuali elementi pericolosi nell’aria.
Il sistema usa un impulso laser ultravioletto, che viene inviato verso un punto preciso nell’aria, del diametro di un millimetro circa, in maniera simile a quella in cui una lente d’ingrandimento concentra i raggi solari.

Gli atomi di ossigeno vengono quindi “eccitati”, caricandone gli elettroni con alte quantità di energia. Alla fine dell’impulso laser, la caduta degli elettroni genera l’emissione di luce ultravioletta, che crea un raggio laser inviato esattamente nel punto da cui proviene il raggio originale.

Generalmente, per analizzare la composizione dell’aria bisogna raccoglierne un campione, ma grazie all’impiego di sensori remoti sarà possibile, ad esempio, rilevare la presenza di una bomba nascosta sottoterra analizzando l’aria circostante, proprio come un cane antibomba, ma a distanza di assoluta sicurezza. Inoltre, questo metodo, al contrario di quelli usati finora che erano soltanto in grado di rilevare la densità degli agenti inquinanti nell’aria in maniera generica, riesce ad identificare esattamente la minaccia, con grande beneficio per la lotta all’inquinamento o per la sicurezza dei soldati in zone di guerra.

Immagini tridimensionali da una foto, per il riconoscimento facciale

gennaio 22, 2011 Tecnologia Nessun Commento

Le moderne tecnologie per l’identificazione biometrica sono in grado di permettere la verifica dell’identità di una persona mediante parametri quali ad esempio le impronte digitali, l’iride dell’occhio, il DNA o le caratteristiche del volto umano.
Ovviamente però, con oltre 6 miliardi di individui sul nostro pianeta, le caratteristiche del volto finiscono per ripetersi, e si possono facilmente trovare persone con lo stesso taglio del naso e degli zigomi, con gli occhi dello stesso colore e forma, rendendo molto più complicata un’identificazione univoca, specialmente se il sistema di identificazione biometrica si basa su normali immagini fotografiche a due dimensioni.

Partendo da questo problema, un gruppo di ricertatori della Florida Atlantic University (FAU) di Boca Raton hanno creato un algoritmo computerizzato che è in grado di creare modelli a tre dimensioni di un volto umano, usando come base di partenza una normale fotografia. Il sistema crea inizialmente un “volto virtuale” standard, i cui parametri di base sono rilevati a partire da un database di immagini tridimensionali di volti veri.

Quando il sistema si trova a dover analizzare una specifica immagine bidimensionale, tale volto virtuale viene “proiettato” sul piano di tale immagine. A questo punto, l’algoritmo tiene conto della posa assunta dal soggetto al momento dello scatto e dell’illuminazione della fotografia.

Questi elementi vengono usati per trasferire su questo volto di base le caratteristiche facciali del soggetto della fotografia, in modo da creare un’immagine tridimensionale del suo viso con il maggior grado di approssimazione possibile.
Secondo i ricercatori, questa tecnologia potrebbe essere usata per analizzare non soltanto immagini fotografiche, ma anche filmati di sorveglianza video come quelli ripresi da telecamere a circuito chiuso, per facilitare le indagini della polizia nella ricerca degli autori di un crimine, o per rintracciare persone scomparse.

30 milioni di intercettazioni in 10 anni: come proteggersi

Prendere in considerazione il numero delle intercettazioni effettuate nell’ultimo decennio, circa 30 milioni, e confrontarlo con le 21.600.000 famiglie, equivale a dire che in questi dieci anni, in media, ogni famiglia è stata ascoltata almeno una volta, con un costo totale per lo stato di circa 300 milioni di euro annui.

Il numero delle intercettazioni è stato stimato dall’Eurispes, calcolando che ogni intercettazione effettuata su un singolo numero telefonico possa avere riguardato almeno 100 diverse persone tra contatti professionali e personali, telefonate di lavoro o rapide chiamate a casa, per un totale di circa 30 milioni di persone che, almeno una volta, si possono essere trovate inconsapevolmente coinvolte in una telefonata intercettata.

Nonostante la legge regoli in maniera precisa il ricorso alle intercettazioni, consentendole solo in presenza di gravi indizi di reato con decreto del GIP, a volte l’utilizzo di tale modalità investigativa potrebbe apparire come una sorta di “scorciatoia” per ottenere più informazioni possibili in un breve lasso di tempo, contestando il reato di associazione a delinquere per motivare il ricorso alle microspie anche per reati meno gravi.

In breve si può dire che le intercettazioni sono necessarie per le indagini, ma non tutte le indagini hanno bisogno di intercettazioni, che potrebbero avere come unico effetto quello di rendere pubbliche conversazioni di persone estranee ai fatti, mettendole pubblicamente alla berlina a mezzo stampa e TV, per reati commessi magari dai loro interlocutori e nei quali essi non sono coinvolti, insomma violandone la privacy, con danno alla loro reputazione, per il solo fatto di essersi trovati al telefono con la persona sbagliata nel momento sbagliato.

Per evitare di correre tale rischio, la soluzione migliore è quella di dotarsi di strumenti di difesa dalle intercettazioni, sistemi di comunicazione non intercettabili quali ad esempio un telefono cellulare criptato, che usa una codifica a 256 bit per proteggere le vostre telefonate da orecchie indiscrete, le quali, intercettando una chiamata tra due cellulari di questo tipo, finirebbero per ascoltare soltanto un rumore inintelligibile.
Insomma, un sistema sicuro per parlare liberamente al telefono senza timore che il Grande Fratello sia all’ascolto.

Primo volo con alimentazione a idrogeno per il Global Observer

gennaio 20, 2011 Tecnologia Nessun Commento

Facendo seguito ad un volo inaugurale compiuto con successo nel 2010 con alimentazione fornita da una batteria, il Global Observer, un velivolo senza pilota di tipo HALE (High Altitude, Long Endurance) progettato dalla AeroVironment, ha effettuato l suo primo volo con propulsione a idrogeno.
Il Global Observer ha raggiunto un’altitudine di circa 5000 piedi durante un volo durato quattro ore, che si è svolto lo scorso 11 gennaio presso la base di Edwards in California.

Nel corso delle prossime serie di voli, si lavorerà per renderlo in grado di raggiungere un’altitudine compresa tra i 55000 ed i 65000 piedi (circa 20000 metri), ossia la quota alla quale il Global Observer dovrebbe operare normalmente.

L’obiettivo del programma Global Observer è quello di fornire un flusso costante di immagini utili per la sorveglianza dall’alto, nonché di fungere da piattaforma mobile per le telecomunicazioni, coprendo le aree più remote del nostro pianeta ad un costo notevolmente inferiore rispetto a quello dei normali satelliti attualmente usati, garantendo la copertura di un’area dal diametro di circa 900 chilometri.

Oltre a volare a quote stratosferiche, il velivolo sarà in grado di rimanere in volo per una settimana; accoppiando due aerei di questo tipo in tandem, sarà quindi possibile fornire una copertura equivalente a quella di un satellite a qualsiasi punto della terra, ad un costo che si aggira intorno al 20% di quello di un satellite.

Il Global Observer, ha una apertura alare di circa 175 metri, con una lunghezza di 70 metri, può trasportare un carico fino a circa 180 chilogrammi, grazie alla propulsione ad idrogeno che alimenta quattro motori elettrici; nelle parole del portavoce della AeroVironment, è “il primo sistema progettato per mantenere un occhio costante, 24 ore al giorno, ed un continuo mezzo di collegamento, con qualsiasi punto del nostro pianeta, per tutto il tempo necessario”.

Un raggio laser come difesa contro i pirati del mare

gennaio 16, 2011 Tecnologia Nessun Commento

’immagine “poetica” dei pirati con bende e gambe di legno non potrebbe essere più lontana dalla realtà, visto che anche nel 21esimo secolo la pirateria marittima rappresenta un rischio reale durante la navigazione in certi mari, soprattutto in Africa.

Per combattere questo flagello, la BAE Systems ha sviluppato un laser non letale , da usare come deterrente contro attacchi a navi commerciali, quali petroliere e portacontainer.
Nel 2010, gli attacchi di pirateria nel mondo sono stati 430, e già nelle prime due settimane del 2011 ne sono stati segnalati 15.

I ricercatori della BAE hanno stabilito che il concetto di un laser non letale, con effetti solo temporanei, è la migliore soluzione per scoraggiare potenziali aggressori, e ha condotto una serie di esperimenti per valutarne la fattibilità.
Il raggio laser si è dimostrato efficace come avvertimento visivo a distanze di oltre 2 km (1,24 miglia), mentre a distanze inferiori può essere usato per disorientare gli aggressori rendendoli incapaci di usare le loro armi in maniera efficace.

Il suo effetto può essere descritto come quello che i piloti di aerei hanno quando volano nella direzione del sole, e rende impossibile puntare un’arma, sia di notte che in pieno giorno, sia contro bersagli singoli che contro più imbarcazioni; l’inabilità causata dal raggio è solo temporanea, classificando il laser come arma non letale, e la BAE Systems dovrà ancora compiere una serie di test per assicurarsi di rispettare tutte le normative che ne renderanno possibile l’effettivo utilizzo a bordo delle navi commerciali.

Inoltre, integrandolo con i sistemi radar delle navi stesse, sarebbe possibile assicurare un puntamento ancora più preciso, in maniera semi-autonoma, riducendo pertanto il margine di errore e contribuendo significativamente ad innalzare il livello di sicurezza delle navi che affrontano bracci di mare a rischio.

Inchiostro elettronico per mimetizzare un carro armato

gennaio 14, 2011 Tecnologia Nessun Commento

La tecnologia E-Ink è alla base della cosiddetta “carta elettronica” usata su apparecchiature quali gli e-readers che ci permettono di portare con noi migliaia di libri in uno spazio inferiore a quello occupato da uno soltanto, salvandoli appunto in formato digitale.

Per tutti quelli che pensavano che tale tecnologia fosse riservata soltanto a questo tipo di utilizzi, la BAE Systems ha pensato bene di stupirci un’altra volta, con una delle sue innovazioni tecnologiche nel campo militare. Infatti, l’azienda della Difesa britannica ha deciso di utilizzarla per fornire una sorta di “maschera” a veicoli da guerra quali carri armati o automezzi blindati.

A quanto pare, una serie di sensori collegati tra loro e posizionati sul lato esterno del carro armato saranno in grado di analizzare nel minimo dettaglio il terreno circostante, prendendo nota di informazioni importanti quali il colore della terra, le forme e le linee. Queste informazioni verranno quindi proiettate, da parte della carta E-Ink che ricopre il corpo del veicolo blindato, sul corpo stesso, in modo da ottenere un carro armato perfettamente mimetizzato.

L’idea alla base della scelta di usare E-Ink è quella che tale tecnologia può essere adattata a qualsiasi ambiente, rendendo semplice il compito di far sì che un carro armato appaia dello stesso identico colore della sabbia su cui si muove quando si trova nel deserto, o delle rocce che fanno da sfondo al terreno di una regione montuosa.

Attualmente, si tratta soltanto di un progetto sul quale i cervelloni della BAE Systems sono al lavoro; per sperare di vederlo (o meglio, di non vederlo…) all’opera entro qualche anno in una versione di prova, uno dei problemi che andranno risolti sarà certamente quello del costo elevato, un costo che dovrebbe ridursi in futuro con la maggiore diffusione dei monitor basati su E-Ink.

Per la sorveglianza video, affidatevi ad un elicottero!

Quando si devono tenere sotto sorveglianza delle superfici piuttosto estese, l’installazione di un normale sistema di sorveglianza video con telecamere a circuito chiuso può rivelarsi certamente molto efficace, ma altrettanto sicuramente si tratta di un’opzione assai costosa, tra macchinari, costo di installazione e sistema televisivo a circuito chiuso.

Fortunatamente, esiste un’alternativa che, ad un costo molto inferiore rispetto all’installazione di un sistema del genere, consente di tenere sotto controllo delle superfici ampie, e di farlo con maggiore flessibilità rispetto all’occhio statico di una telecamera fissa.
Infatti, grazie al costante progresso della tecnologia degli UAV (Unmanned Aerial Vehicles, ovvero veicoli aerei senza pilota), è ora possibile usare, per lo stesso tipo di mansioni, dei microelicotteri elettrici, con delle telecamere e fotocamere montate a bordo, che volano silenziosamente al di sopra della zona da controllare.

La telecamera di bordo dell’elicottero da videosorveglianza aerea permette di zoomare su un punto di particolare interesse, per visualizzare meglio eventuali eventi imprevisti o che richiedano attenzione.

I dati video vengono trasmessi in maniera wireless ad una centrale di osservazione, o possono venire registrati direttamente sulla memoria della videocamera, a seconda delle esigenze operative.

In questo modo è possibile garantire un controllo in tempo reale e da più angolazioni di aree quali impianti industriali, magazzini di logistica o grande distribuzione, cantieri edili, e comunque tutte quelle aree, in interni o in esterni, che richiedano una sorveglianza continua ed il più capillare possibile. Al di fuori dell’uso civile, anche le forze dell’ordine possono beneficiarne per la sorveglianza di quartieri a rischio, mentre le autorità militari possono usarli (come già fanno) per monitorare obiettivi nemici.

Per avere maggiori dettagli sul tipo di microelicotteri da scegliere per le vostre esigenze nel campo della sorveglianza, vi consigliamo di visitare il sito di Endoacustica per una consulenza personalizzata.

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