Una microcamera al posto dell’occhio

Una microcamera al posto dell’occhio

Rob Spence, 36 anni, canadese, regista di professione. All’età di 9 anni un incidente con il fucile del nonno lo ha privato di un occhio. Tanti interventi non andati a buon fine. Guardando telefilm americani, qualche anno fa gli è balzata in mente l’idea di un occhio bionico. Così ha contattato un’azienda californiana specializzata in telecamere miniaturizzate per dispositivi portatili che gli ha fornito una minicamera soli 3,2 millimetri quadrati con una risoluzione di 328 per 250 pixel, adattata al suo occhio.

Oggi ha una telecamera impiantata nel bulbo oculare. La microcamera non ha in realtà sostituito l’occhio naturale in quanto non collegata al cervello, ma per il suo lavoro di documentarista è di grande aiuto dato che trasmette in modalità wireless a qualsiasi dispositivo portatile tutto ciò che il suo “occhio” inquadra.

In realtà poi Rob di occhi ne ha ben più di uno. Uno bianco che funge da protesi che porta sotto la benda, due con dentro una videocamera, uno iper-realistico. La decisione di Spencer, definito anche “uomo eyeborg” ha suscitato diverse reazioni. Chi dice che è solo una trovata pubblicitaria, chi lo accusa di violazione della privacy.

Di certo l’utilizzo di una microcamera in qualsiasi contesto può portare grandi benefici in termini di sicurezza e sorveglianza e, a fini documentaristici, non conosce paragoni. Sempre di dimensioni più ridotte, le migliori aziende sono in grado di occultarle veramente ovunque: cravatte, penne, occhiali, portachiavi e oggetti di ogni tipo. In molti casi rappresentano l’unica soluzione a situazioni altrimenti non verificabili e offrono risoluzioni degne dell’industria cinematografica.

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