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Gli scanner biometrici arrivano a scuola

I sistemi di controllo degli accessi che utilizzano la biometria si stanno facendo sempre più largo nell’ambito di istituzioni ed aziende dato che permettono un elevato grado di sicurezza e lo snellimento delle procedure di controllo fisico.

Da qualche giorno niente badge o cartellino anche per i docenti ed il personale Ata del liceo scientifico “Plinio Seniore” di Roma che ha imposto ai dipendenti l’utilizzo di scanner biometrici per segnalare l’entrata e l’uscita dall’edificio. Le organizzazioni sindacali assieme agli interessati si sono mosse per contestare l’uso di questi strumenti poiché mettono in dubbio l’effettivo funzionamento degli stessi e soprattutto contestano l’assenza di un’informativa ufficiale che autorizzi il dirigente ad utilizzare le proprie impronte digitali, facendo appello alla legge sulla privacy. Visioni molto discutibili.

Nel mondo anglosassone sono stati gli stessi alunni ad essere destinatari di queste nuove tecnologie. Protagonisti, i ragazzi di una scuola del Berkshire che dall’inizio dell’anno entrano ed escono da scuola utilizzano i polpastrelli. Si tratta infatti dell’introduzione di un sistema biometrico di identificazione attraverso le impronte digitali. All’inizio delle lezioni, ogni studente posiziona il pollice su un apposito sensore, installato all’entrata dell’istituto, per consentire la propria identificazione.
Il preside ha raccolto molto consenso da parte dei genitori dei ragazzi visto l’aumento di sicurezza che questo comporta. Anche il corpo docente non ha avuto esitazioni, grazie a questo sistema si risparmia tempo prezioso richiesto dall’appello in classe. Per ora il progetto è in via sperimentale, si prevede duri un solo anno.

In Pennsylvania, invece, già da alcuni anni è in uso un sistema che consente agli studenti di pagare il costo dei pasti in mensa semplicemente usando le impronte digitali e accumulando un debito pagato poi periodicamente dalle famiglie.

Altrove, ad esempio in istituti scolastici del New Jersey, sono in funzione sistemi biometrici più complessi, che coinvolgono la scansione dell’iride per consentire l’accesso agli istituti al solo personale autorizzato e agli iscritti.

Il controllo biometrico è un buon esempio di come la tecnologia si combini con la sicurezza.

Un secondo per identificare un volto: il nuovo sistema dell’FBI

settembre 21, 2012 Biotecnologia Nessun Commento

Si chiama NGI, Next Generation Identification, il programma ultra veloce che a breve consentirà all’FBI di identificare in brevissimo tempo i pregiudicati americani.
Come? Lo farà connettendosi ad un database contente fotografie, scansioni dell’iride, impronte digitali, campioni vocali, campioni di DNA e molto altro. Alla base, un efficiente sistema di identificazione facciale. Il riconoscimento partirà, nella maggior parte dei casi, da una semplice telecamera di sorveglianza che catturerà le immagini trasferendole al database.

Gli agenti dell’FBI potranno individuare un ricercato in mezzo alla folla attraverso le videocamere di sorveglianza o riconoscerlo dal suono della voce catturata da un microregistratore o da un telefono dotato di un software spia. Ma anche grazie a segni identificativi come cicatrici, tatuaggi o macchie della pelle. L’affidabilità del nuovo sistema presuppone un margine di errore dell’8% nel caso in cui NGI confronti in circa 1,2 secondi un’immagine catturata da una qualsiasi sorgente, come le telecamere di sorveglianza, con il database contenente milioni di fotografie di criminali; mentre l’affidabilità diviene del 100% nel caso in cui l’immagine da confrontare provenga da fonti precise e definite come nel caso delle foto segnaletiche.

La tutela della privacy rappresenta l’unico ostacolo al progetto. Infatti è alta la possibilità che l’immagine di un incensurato entri nel sistema dell’FBI perché presente sullo sfondo di una foto di un criminale. Sembrerebbe inoltre che l’agenzia investigativa abbia intenzione di collegare il proprio database alle fonti governative. Questa prospettiva ha destato anche l’interesse di Anonymous che ha già annunciato proteste per il prossimo 20 ottobre. Di certo il gruppo di contestatori, attenti alle tematiche della privacy, desterà l’attenzione di moltissime persone.

Il sistema, capace di utilizzare le nuove tecnologie per avere rapidi riscontri confrontando i dati biometrici, secondo la stampa, è già in fase di test in diversi stati americani ed entrerà in funzione nell’estate 2014. Il costo pare si aggiri intorno ad un miliardo di dollari.

Dalla Spagna un sistema per raggirare gli scanner biometrici.

luglio 31, 2012 Biotecnologia Nessun Commento
scansione dell'iride

I ricercatori della Universidad Autónoma di Madrid e della West Virginia University hanno scoperto un modo per trarre in inganno gli scanner biometrici dell’iride utilizzati per il controllo accessi a certi luoghi.

Quando i sistemi di sicurezza basati sulla scansione dell’iride creano un’impronta dell’iride stesso, non memorizzano l’immagine per compararla in futuro ad ogni accesso con l’iride vero. Essi, in realtà, trasformano l’immagine in un codice di 5000 bit di dati. Questo codice è basato solitamente su circa 240 punti dell’immagine ed è unica. Ogni persona ha la sua e quando qualcuno si pone davanti allo scanner, il codice restituito dal suo iride viene comparato con quelli presente nel database. Se viene trovata una coincidenza, la porta si apre.

E se un hacker dovesse avere accesso a questo database, potrebbe in qualche modo ricostruire tramite il codice una sorta di iride artificiale in grado di ingannare il sistema di sicurezza? Fino a qualche tempo fa questa sarebbe stata pura fantascienza. Oggi invece, come hanno dimostrato i ricercatori di Madrid e della West Virginia University, ciò è davvero possibile, grazie ad un algoritmo genetico che permette di ricostruire, dopo circa 200 tentativi, l’immagine di un iride molto simile all’originale ed in grado di effettuare l’accesso al suo posto.

Quello che era considerato uno dei sistemi di sicurezza più sicuri al mondo, basato sull’unicità di ogni singolo individuo, oggi, grazie a questa ricerca, inizia a mostrare i suoi punti deboli. Ci si chiede se questi studi valgono anche per le serrature ad impronte digitali. Resta, il fatto, tuttavia, che questi sistemi biometrici sono ancora i più inaccessibili…

I ricercatori della Universidad Autónoma di Madrid e della West Virginia University hanno scoperto un modo per trarre in inganno gli scanner biometrici dell’iride utilizzati per il controllo accessi a certi luoghi.

Quando i sistemi di sicurezza basati sulla scansione dell’iride creano un’impronta dell’iride stesso, non memorizzano l’immagine per compararla in futuro ad ogni accesso con l’iride vero. Essi, in realtà, trasformano l’immagine in un codice di 5000 bit di dati. Questo codice è basato solitamente su circa 240 punti dell’immagine ed è unica. Ogni persona ha la sua e quando qualcuno si pone davanti allo scanner, il codice restituito dal suo iride viene comparato con quelli presente nel database. Se viene trovata una coincidenza, la porta si apre.

E se un hacker dovesse avere accesso a questo database, potrebbe in qualche modo ricostruire tramite il codice una sorta di iride artificiale in grado di ingannare il sistema di sicurezza? Fino a qualche tempo fa questa sarebbe stata pura fantascienza. Oggi invece, come hanno dimostrato i ricercatori di Madrid e della West Virginia University, ciò è davvero possibile, grazie ad un algoritmo genetico che permette di ricostruire, dopo circa 200 tentativi, l’immagine di un iride molto simile all’originale ed in grado di effettuare l’accesso al suo posto.

Quello che era considerato uno dei sistemi di sicurezza più sicuri al mondo, basato sull’unicità di ogni singolo individuo, oggi, grazie a questa ricerca, inizia a mostrare i suoi punti deboli. Ci si chiede se questi studi valgono anche per le serrature ad impronte digitali. Resta, il fatto, tuttavia, che questi sistemi biometrici sono ancora i più inaccessibili…

Endoacustica Europe

Una divisa “intelligente” che aumenta la resistenza fisica dei soldati.

luglio 27, 2012 Biotecnologia Nessun Commento
smart suit

Siamo ormai abituati a diversi strumenti in uso nelle forze dell’ordine e militari per la difesa personale e per il potenziamento delle capacità dell’uomo, che si trasforma, grazie alla tecnologia, in un vero e proprio superuomo, unendo intelligenza, forza umana e robotica.

Si va dai più semplici abiti con paracolpi in gomma, che offrono una protezione efficace contro gli urti, proteggendo il corpo di chi li indossa, a strumenti più complessi, a vere e proprie armature che per permettono, tra le altre cose, di poter sollevare pesi che altrimenti un uomo solo non riuscirebbe a sollevare. L’unico limite a queste armature è il peso delle stesse, la loro scarsa flessibilità ed il fatto che prima o poi esauriscono le batterie, diventando non solo totalmente inutili ma addirittura un peso per chi, invece, dovrebbe avere maggiore abilità sui campi di battaglia o in operazioni di polizia o di salvataggio.

Per questo il DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) ha ingaggiato l’Istituto Wyss di Harvard per l’Ingegneria Ispirata alla Biologia, per creare una divisa militare che includa un nuovo HULC, ossia uno Human Universal Load Carrier, uno strumento che servirebbe per aiutare a sollevare pesi che altrimenti un solo uomo non potrebbe sopportare. Il nuovo dispositivo sarebbe più leggero e flessibile dei suoi precedenti, anche se rimane il problema della scarsa durata della batteria che, tuttavia, secondo i ricercatori, potrebbe essere risolto con delle celle a combustibile.

Il nuovo dispositivo, comodamente indossato sotto la normale divisa, avrebbe anche un sensore che rileva la fatica di chi lo indossa, praticando un vero e proprio massaggio con delle vibrazioni, per permettere di aumentare la resistenza del fisico a certi sforzi.

Un investimento di 2,6 milioni di dollari, che potrebbe portare alla realizzazione di uno strumento che rivelerà la sua utilità non solo in campo militare, ma anche in quello civile. Pensate all’utilizzo che se ne potrebbe fare nelle operazioni di salvataggio o nell’assistenza a persone disabili!

Endoacustica Europe

Riconoscimento delle minacce grazie alla scansione dell’inconscio.

scansione inconscio per scopi militari

I soldati che scansionano il campo di battaglia alla ricerca di minacce, oltre che su apparecchi che permettono loro di vedere di notte, come i tecnologici occhiali per la visione notturna, presto potrebbero fare affidamento su un nuovo strumento: un apparecchio composto da una serie di binocoli che scansionano il cervello, riuscendo a riconoscere l’inconscio del soldato portandolo alla sua attenzione cosciente.

È solo uno dei tanti strumenti che la DARPA e altri gruppi di ricerca militari stanno cercando di realizzare, per fondere la mente dei soldati con questi strumenti. Si starebbe arrivando, secondo quanto dimostrano alcuni reportage della BBC, al controllo mentale degli uomini sul campo di battaglia.

Il dispositivo binoculare specifico che la DARPA sta sviluppando è conosciuto come Sentinel (che sta per System for Notification of Threats Inspired by Neurally Enabled Learning), e utilizza essenzialmente la potenza del cervello umano per acquisire e filtrare le immagini in tempo reale, raccogliendo sia quello che il soldato riconosce coscientemente sia ciò che percepisce con l’inconscio. Attraverso un elettroencefalogramma (EEG), il dispositivo raccoglie un segnale del cervello noto come P300, che indica un riconoscimento inconscio di qualcosa di visivo.

In certe situazioni, come nel caso in cui un convoglio si stia dirigendo su un ordigno esplosivo improvvisato (IED), accorgersene in tempo può davvero significare salvare delle vite: in questi frangenti il Sentinel riconosce il segnale P300 inviato dalla percezione inconscia della minaccia e avvisa il soldato, mettendolo all’erta ancor prima che lo faccia da sé.

Non è certo il primo strumento utilizzato in campo militare per il controllo della mente, ma, almeno in laboratorio, è risultato tra i più efficaci, sebbene ci sia ancora da lavorare sul suo peso, considerato troppo elevato da portare sul campo di battaglia.

È, tuttavia, un passo importante nella trasformazione degli stessi soldati in vere e proprie macchine efficienti, uno strumento per allungare i tempi di attenzione dell’operatore umano e per affinare le sue capacità decisionali, permettendogli di battere i pericoli sul tempo.

Dagli USA, le cinture vibranti che guidano i soldati nella notte.

soldati americani

I soldati hanno già un sacco di tecnologia per aiutarli a spostarsi nei campi di battaglia di notte, come gli occhiali per la visione notturna e sistemi GPS. Da oggi, però, un nuovo strumento permetterà loro di muoversi al buio senza sentirsi goffi e, in qualche modo, limitati nei movimenti.

I ricercatori dell’Army Research Office americano hanno sviluppato una cintura vibrante con otto mini attuatori, “contattori”, ognuno dei quali corrisponde ad un punto cardinale per indicare la direzione.. La cintura è collegato a un sistema di navigazione GPS, a una bussola digitale e a un accelerometro, in modo che il sistema possa rilevare dove il soldato è diretto anche se è sdraiato su un fianco o sulla schiena.

I contattori vibrano a 250 hertz, che equivale a una gomitata leggera intorno alla vita. I ricercatori hanno sviluppato una sorta di codice morse tattile a significare ogni direzione, aiutando il soldato a stabilire da che parte andare, spiega il New Scientist. Un brusio dei contattori frontale, laterale e posteriore, per esempio, significa “halt”, mentre un movimento pulsante da dietro in avanti significa “spostarsi”, e così via.

I ricercatori, guidati da Elmar Schmeisser e Linda Elliott, hanno testato le cinture per il personale dell’esercito durante esercizi di addestramento, sia di notte che di giorno. I soggetti dovevano rispondere alle richieste di informazioni, ricerca di obiettivi e allo stesso tempo muoversi. Il sistema, secondo gli studiosi, è piaciuto molto ai soldati, perché permette loro di andare nella direzione giusta senza distrarsi per maneggiare strumenti GPS tradizionali.

Gli stessi ricercatori, inoltre, stanno ora lavorando con una ditta che produce un guanto tattile, che consentirà ai comandanti di plotone di comunicare con i normali gesti militari della mano, inviando il messaggio non verbale alle cinture, connesse al sistema in modalità wireless, funzionante anche a miglia di distanza.

Polizia brasiliana, in prova gli occhiali che scansionano migliaia di volti al secondo.

giugno 19, 2012 Biotecnologia Commenti disabilitati su Polizia brasiliana, in prova gli occhiali che scansionano migliaia di volti al secondo.
poliziotti brasiliani

Probabilmente assomiglieranno a Robocop, i poliziotti brasiliani, che nel 2014 potrebbero utilizzare occhiali speciali, in grado di eseguire la scansione di 400 noti criminali al secondo fino a 12 miglia di distanza (anche se sono ottimizzati per circa 150 metri). Questi occhiali sono connessi in modalità wireless a un database enorme che permette di paragonare i volti rilevati con quelli di 13.000 persone nello stesso database.

Inoltre, questo dispositivo è anche dotato di uno schermo che consente all’agente di poter ricevere istruzioni sul comportamento che dovrebbe tenere con il criminale individuato. Forse questo tipo di occhiali da sole sarà utilizzato durante la Coppa del Mondo del 2014, che richiede sicuramente potenti e avanzati sistemi di sorveglianza. Tuttavia, se impiegato nelle attività quotidiane dei poliziotti, potrebbe aiutare a prevenire i reati e aumentare gli arresti di criminali già noti.

In poche parole, questi occhiali da sole non hanno nulla a che fare con gli occhiali con telecamera già da tempo reperibili sul mercato, in quanto sono stati progettati non solo per registrare profili facciali, ma anche per identificare le persone sospette. Sono capaci di analizzare 46.000 punti biometrici sul volto di una persona e di confrontare quest’ultimo con un database di criminali molto grande e, quando trovano un tipo sospetto, una luce rossa si apre all’interno gli occhiali, avvisando l’agente su cosa fare nel caso specifico.

Gli ufficiali di polizia militare di San Paolo e Rio de Janeiro, le città che ospiteranno le partite più importanti della Coppa del Mondo, hanno già ricevuto dimostrazioni di utilizzo del dispositivo. “È qualcosa di discreto perché permette all’agente di non fare domande e di non chiedere i documenti. Il computer lo fa. Ad occhio nudo due persone possono sembrare identiche, ma con 46.000 punti biometrici, sarà difficile sbagliarsi”, ha detto Leandro Pavani Agostini, capo della polizia militare di San Paolo. Inoltre, “il dispositivo sarà utile ai poliziotti che cercano di monitorare diversi luoghi ed eventi, che vanno dagli aeroporti alle stazioni, dai concerti alle partite di calcio”.

In breve, questi occhiali particolari stanno cambiando la videosorveglianza in luoghi ampi ed eventi, dando ai poliziotti la possibilità di evitare un contatto preliminare fisico con i sospettati, dando una maggiore sicurezza agli stessi agenti e a chi sta intorno.

Super vista per i soldati americani

dicembre 23, 2010 Biotecnologia Nessun Commento

Presto, le capacità visive dei soldati americani potrebbero non essere più limitate al campo raggiunto dai loro occhi, ma grazie alla moderna tecnologia potrebbero essere in grado di distinguere oggetti ad un chilometro di distanza.

Questo sarà reso possibile dal progetto SCENICC (Soldier Centric Imaging via Computational Cameras), ossia il concetto, sviluppato dal DARPA, di un elmetto su cui sono montate una serie di telecamere che catturano immagini a 360 gradi, con un raggio d’azione appunto di un chilometro, proiettandole in 3 dimensioni su degli speciali occhiali.

In questo modo chi indossa tale elmetto potrebbe vedere ovunque, anche dietro di sé, con la possibilità di zoomare su un punto di particolare interesse, il tutto senza dover usare le mani ma semplicemente tramite dei comandi vocali che permetterebbero di controllare le proprietà di visualizzazione dell’immagine.

Inoltre, il sistema SCENICC sarebbe in grado anche di rilevare la presenza di oggetti pericolosi e di seguire la traiettoria di missili o proiettili nel suo raggio d’azione, avvisando chi lo indossa in caso di pericolo, oppure di interagire con le armi del suo utente, agganciando un bersaglio e puntando la pistola o il fucile nella sua direzione.

Una pattuglia di soldati che usino il sistema SCENICC, poi, sarebbero in grado di condividere tra loro le immagini, in modo che ognuno di essi possa vedere le immagini provenienti non solo dai caschi dei propri compagni, ma anche quelle rilevate dalle telecamere di eventuali droni o UAV presenti in zona. Il tutto in un peso limitato, inferiore ai 700 grammi.

Insomma, il casco bionico, per il quale il DARPA ha lanciato una richiesta per trovare eventuali produttori, potra’ sembrare un’idea da film, ma in un prossimo futuro potrebbe diventare reale e fornire ai soldati americani una ulteriore arma in zone di guerra.

Il cervello umano come un hard disk, può essere salvato

ottobre 25, 2010 Biotecnologia 2 Commenti

Il nome di Raymond Kurzweil, alla maggior parte del grande pubblico forse non dirà molto, eppure si tratta di uno dei grandi guru della tecnologia moderna, capace non soltanto di inventare il primo sintetizzatore musicale in grado di imitare perfettamente il suono del pianoforte, superando perciò uno dei grandi limiti degli strumenti a tastiera elettronica, ma anche di preconizzare già negli anni ottanta lo sviluppo di Internet così come la conosciamo ora.

Oltre a questo, Kurzweil ha contribuito al progresso con tecnologie quali il riconoscimento vocale, ma anche con teorie che ne testimoniano il talento visionario, ad esempio quando preconizzò l’avvento di una società moderna in cui tutte le informazioni si potessero ottenere tramite computers collegati in rete, una previsione che al tempo fece alzare più di un sopracciglio…

Pertanto, quando Kurzweil parla di futuro, è bene starlo a sentire. Secondo la sua ultima profezia, entro vent’anni sarà possibile fare una copia dei dati contenuti nel proprio cervello, una sorta di backup che, proprio come il contenuto degli hard disk di oggi, potrà essere salvato comodamente su una sorta di drive USB, e portato con sé per consultarlo tranquillamente secondo necessità, non soltanto dal “proprietario” del cervello copiato, ma da altri e, possibilmente, anche dai suoi eredi dopo la sua morte, per riviverne i ricordi ed accedere ad eventuali conoscenze che il caro estinto non abbia tramandato direttamente, leggendone i dati tramite un motore di ricerca.

Teoricamente, grazie alle nanotecnologie, questo scenario sarebbe già possibile al giorno d’oggi. Sempre grazie alla nanotecnologia, sarà possibile, sempre secondo Kurzweil, impiantare dei microscopici robot all’interno del corpo umano, che scorreranno nelle nostre vene per rilevare e curare le nostre malattie, e per darci indicazioni sul tenore di vita da seguire, i cibi da mangiare e le medicine da assumere. Insomma, una sorta di Grande Fratello dentro ognuno di noi, ma (pare) a fin di bene.

Chissà se in seguito, una volta trovata la tecnologia per fare il backup del nostro cervello, non si possa poi trovare il modo per fare il restore, ossia per reinstallare i dati del cervello di una persona deceduta all’interno di quello di un’altra più giovane, perpetuandone, se non la vita, almeno i ricordi e le conoscenze.

Lo scenario non è esattamente tranquillizzante, ma chissà, tra vent’anni forse si sarà trovato il modo di utilizzare tutta questa conoscenza in maniera costruttiva.

Fibre ottiche nel nostro sistema nervoso

La Southern Methodist University di Dallas, in collaborazione con il Ministero della Difesa degli USA, sta lavorando su un progetto di ricerca per migliorare la vita di coloro che, in seguito all’amputazione di un arto per malattia o ferite in guerra, hanno ricevuto una protesi.

Il progetto mira a stabilire una comunicazione tra le terminazioni nervose periferiche e la protesi, per fare in modo che quest’ultima abbia una certa sensibilità che le permetta di riconoscere il caldo, il freddo o le variazioni di pressione a cui possa essere sottoposta.

Questo è resto possibile grazie ad una tecnologia chiamata neurofotonica, che permette la comunicazione tra la protesi e le terminazioni nervose grazie ad un fascio di fibre ottiche che forniscono un collegamento ad alta velocità, e che un giorno potrebbero permettere alle protesi di comunicare direttamente con il cervello e non più con le zone periferiche del sistema nervoso umano.

Infatti, per il futuro i ricercatori della SMU stanno lavorando non solo sulla comunicazione tra sistema nervoso ed impianti artificiali, ma anche per aiutare pazienti con disfunzioni di vario tipo: si pensi ad esempio alla possibilità di creare dei microscopici impianti cerebrali in grado di risolvere una serie di problemi, ad esempio per ridurre il tremito incontrollato delle estremità, o per limitare le sensazioni dolorose in caso di dolori cronici grazie a dei neuromodulatori, e quant’altro.

In futuro, per usare le parole di uno dei ricercatori, “le capacità del cervello umano potrebbero essere aumentate dalla velocità delle moderne tecnologie”. Sinceramente, nonostante la tecnologia possa certamente aiutare nella cura di malattie e disfunzioni, la prospettiva di diventare tutti una sorta di androidi computerizzati con fibre ottiche al posto dei fasci nervosi non ci appare granché attraente…

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