L’AI Act è la nuova legge europea che regola l’uso dell’intelligenza artificiale (IA). È il primo regolamento al mondo che definisce in modo chiaro come e quando si può utilizzare l’IA, con l’obiettivo di proteggere i cittadini e promuovere un uso sicuro e responsabile delle tecnologie intelligenti.
Per le aziende europee (e non solo) rappresenta una svolta epocale: cambia il modo in cui si progetta, si vende e si utilizza l’intelligenza artificiale.
Vediamo in parole semplici cosa prevede l’AI Act, chi riguarda e cosa cambia nella pratica per le imprese.
1. Cos’è l’AI Act e da dove nasce
L’AI Act (Artificial Intelligence Act) è una norma dell’Unione Europea approvata nel 2024 ed entrerà pienamente in vigore tra il 2025 e il 2026.
Nasce dall’esigenza di creare un quadro unico di regole per tutti i Paesi europei, in modo da garantire che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sia:
sicuro, cioè non metta in pericolo le persone o i loro diritti;
trasparente, ossia che si capisca quando e come viene usata l’IA;
affidabile, nel senso che i risultati siano verificabili e non discriminatori;
etico, cioè rispettoso della dignità umana e della privacy.
In pratica, l’Unione Europea vuole evitare che l’IA venga usata in modo incontrollato, come già accade in alcuni Paesi extraeuropei, dove sistemi automatizzati prendono decisioni su lavoro, credito, salute o sicurezza senza regole chiare.
2. Chi deve rispettare l’AI Act
L’AI Act non riguarda solo le grandi multinazionali tecnologiche.
Si applica a tutte le aziende che:
sviluppano o vendono sistemi di intelligenza artificiale;
integrano strumenti di IA nei propri prodotti o servizi;
utilizzano l’IA per prendere decisioni o automatizzare processi interni.
Quindi coinvolge fornitori, distributori, utilizzatori e persino chi importa o integra software basati su IA.
Un’azienda di marketing che usa ChatGPT per creare contenuti, una banca che usa algoritmi per valutare i rischi, o una PMI che impiega un sistema per selezionare curriculum: tutti rientrano nel campo di applicazione dell’AI Act, anche se in misura diversa.
3. Il principio base: la classificazione del rischio
Il cuore dell’AI Act è la classificazione dei sistemi di intelligenza artificiale in base al rischio.
La legge distingue quattro categorie:
a) Rischio inaccettabile
Sono vietati i sistemi che possono minacciare i diritti fondamentali delle persone.
Esempi:
sorveglianza biometrica di massa;
punteggi sociali (sistemi che valutano il comportamento dei cittadini);
manipolazione del comportamento tramite IA.
Questi sistemi non potranno essere usati né sviluppati in Europa.
b) Alto rischio
Sono ammessi, ma con forti obblighi di sicurezza e trasparenza.
Rientrano qui gli algoritmi usati in:
selezione del personale o accesso al lavoro;
gestione di servizi pubblici, educazione, sanità, credito o giustizia;
infrastrutture critiche (energia, trasporti, sicurezza).
Le aziende che utilizzano IA ad alto rischio dovranno certificare i sistemi, documentare il loro funzionamento, monitorarli costantemente e garantire la supervisione umana.
c) Rischio limitato
Qui rientrano gli strumenti di IA generativa (come ChatGPT, Midjourney, Copilot, ecc.) o i sistemi che interagiscono con l’uomo ma non prendono decisioni autonome.
È richiesto soprattutto l’obbligo di trasparenza:
informare l’utente che sta interagendo con un’IA;
indicare se un contenuto è stato generato artificialmente;
evitare l’uso ingannevole (deepfake, testi falsi, manipolazioni).
d) Rischio minimo
Tutti gli altri sistemi (es. filtri antispam, assistenti vocali, suggerimenti automatici).
In questi casi, l’uso è libero, senza obblighi particolari, ma sempre nel rispetto dei principi etici generali.
4. Gli obblighi principali per le aziende
In base alla categoria di rischio, cambiano gli obblighi.
Vediamo i più importanti.
a) Documentazione tecnica
Ogni azienda dovrà mantenere una documentazione chiara e aggiornata del sistema di IA utilizzato:
scopo e funzioni;
dati di addestramento;
logiche decisionali;
limiti e rischi noti.
Questo serve a dimostrare che il sistema è conforme alla legge e può essere controllato dalle autorità.
b) Trasparenza verso gli utenti
Le persone devono sapere quando stanno interagendo con un’IA e per quale scopo.
Esempio: un chatbot aziendale deve indicare che non è un operatore umano.
c) Supervisione umana
Deve sempre esserci una persona responsabile che possa intervenire, bloccare o correggere il sistema in caso di errore.
d) Sicurezza e privacy
L’IA deve rispettare le leggi europee sul GDPR, quindi i dati devono essere trattati in modo sicuro, senza discriminazioni né violazioni della privacy.
e) Valutazione di conformità
Per i sistemi ad alto rischio, serve una certificazione CE per l’intelligenza artificiale.
Sarà un po’ come per i dispositivi medici o i prodotti industriali: senza conformità, il sistema non può essere immesso sul mercato.
5. Cosa devono fare le aziende, passo per passo
Molte imprese si chiedono: “Da dove comincio?”.
Ecco una guida pratica, in 5 fasi.
1. Mappare i sistemi di IA utilizzati
Verificare quali strumenti di intelligenza artificiale si usano in azienda (interni o di terze parti).
Spesso si scopre che l’IA è già presente in strumenti comuni: CRM, sistemi HR, marketing automation, ecc.
2. Classificare i rischi
Per ogni sistema, capire a quale categoria appartiene (alto, limitato, minimo).
Questo è il punto chiave per determinare gli obblighi futuri.
3. Aggiornare le policy interne
Creare o aggiornare la policy aziendale sull’uso dell’IA (vedi l’articolo precedente), includendo regole chiare su dati, trasparenza e supervisione.
4. Formare i dipendenti
Organizzare sessioni brevi per spiegare:
cosa dice l’AI Act;
quali strumenti si possono usare e come;
a chi segnalare eventuali anomalie.
5. Preparare la documentazione di conformità
Conservare prove, descrizioni tecniche e report sull’uso dell’IA.
Per i sistemi ad alto rischio, sarà obbligatorio mantenere un registro aggiornato e un contatto con l’autorità di vigilanza.
6. Le sanzioni in caso di violazione
Come per il GDPR, l’AI Act prevede sanzioni molto pesanti.
Possono arrivare fino a:
35 milioni di euro o 7% del fatturato globale per i casi più gravi (es. uso di IA vietata);
15 milioni di euro o 3% del fatturato per mancanza di conformità nei sistemi ad alto rischio;
7,5 milioni di euro o 1,5% del fatturato per violazioni minori (mancata trasparenza, errori formali).
Le autorità nazionali avranno poteri simili a quelli del Garante Privacy: potranno controllare, chiedere documenti, bloccare sistemi o imporre modifiche immediate.
7. Le opportunità per le imprese
Non bisogna vedere l’AI Act solo come un ostacolo.
Può essere una grande opportunità di crescita e credibilità, perché chi rispetta la legge:
guadagna la fiducia dei clienti;
dimostra trasparenza e affidabilità;
può esportare tecnologie “a norma” anche fuori dall’UE.
In futuro, come è successo con il GDPR, le aziende che si adegueranno per prime avranno un vantaggio competitivo, soprattutto nei mercati pubblici e internazionali.
8. Cosa fare subito
In attesa dell’applicazione completa (tra 2025 e 2026), le aziende dovrebbero già:
nominare un referente interno per l’IA o un “AI Officer”;
creare un inventario dei sistemi di IA;
aggiornare la documentazione GDPR (perché molti principi si sovrappongono);
rivedere i contratti con fornitori e partner che forniscono soluzioni IA;
pianificare audit periodici sull’uso dell’intelligenza artificiale.
9. Conclusione
L’AI Act cambia profondamente il modo di usare e sviluppare l’intelligenza artificiale in Europa.
Introduce regole precise, ma anche una visione chiara: l’IA deve essere al servizio delle persone, non il contrario.
Per le aziende, la sfida è duplice:
adeguarsi alle norme, evitando rischi e sanzioni;
sfruttare l’occasione per costruire processi più trasparenti, sicuri e innovativi.
Chi saprà farlo per tempo sarà pronto a competere in un mercato dove la fiducia diventa il vero valore dell’intelligenza artificiale.
